Su Rai 3 il 28 settembre il docufilm di Anna Carlucci dedicato ad Alessandro Frigiola, pioniere della cardiochirurgia pediatrica e protagonista di oltre quattrocento missioni umanitarie

Ci sono storie che raccontano una professione e altre che, attraverso una professione, raccontano il valore della vita. È questo il caso di La vita tra le mani, il docufilm scritto, diretto e prodotto da Anna Carlucci, in onda su Rai 3 il 28 settembre alle 15.45 circa, alla vigilia della Giornata Mondiale del Cuore, e subito disponibile su RaiPlay.

Al centro del racconto c’è Alessandro Frigiola, oggi 83enne, medico e pioniere della cardiochirurgia pediatrica, che ha dedicato l’intera esistenza alla cura dei bambini affetti da cardiopatie congenite, trasformando la propria attività professionale in una straordinaria esperienza di solidarietà internazionale.

 

«Più vite salvo più valore ha la mia vita». È la frase che forse più di ogni altra sintetizza la filosofia di Frigiola. Una dichiarazione semplice e insieme potentissima, che diventa il filo conduttore di un racconto nel quale medicina, ricerca, umanità e impegno civile si intrecciano.

Quando Frigiola iniziò il suo percorso, molte cardiopatie congenite venivano considerate non operabili. La cardiochirurgia pediatrica era una frontiera ancora in gran parte da esplorare. Il suo lavoro, i suoi studi e la sua attività clinica hanno contribuito a un radicale cambiamento di prospettiva: dalla mortalità che negli anni Settanta arrivava al 70 per cento a percentuali oggi profondamente più basse.

Ma la storia raccontata da Anna Carlucci non si ferma alle sale operatorie. Perché il cuore del docufilm è anche il lungo percorso umanitario costruito da Frigiola insieme a una rete di medici, professionisti e volontari che da oltre trent’anni opera nei Paesi più fragili.

Oltre quattrocento missioni, quattro grandi ospedali costruiti, interventi per la realizzazione e la ristrutturazione di terapie intensive, borse di studio destinate ai giovani e, soprattutto, più di 20 mila vite salvate sono alcuni dei numeri di un progetto che ha portato la cardiochirurgia pediatrica là dove le possibilità di cura erano spesso quasi inesistenti.

«Non tutti hanno la sorte di nascere nella parte fortunata del Pianeta», osserva Anna Carlucci, sottolineando il senso più profondo dell’impegno di Frigiola: colmare, attraverso la medicina, una delle più profonde disuguaglianze del mondo contemporaneo, quella legata al luogo in cui si nasce.

La vita tra le mani sceglie di raccontare questa esperienza senza indulgere nel pietismo. Il dolore e gli aspetti più drammatici della vicenda sono presenti, ma il centro della narrazione rimane la speranza: la possibilità concreta di intervenire sul destino di un bambino e di restituire a una famiglia un futuro che sembrava impossibile.

Il docufilm diventa così una narrazione corale, costruita attraverso straordinari materiali d’archivio, fotografie, immagini delle missioni e testimonianze di colleghi, amici e pazienti. Un patrimonio raccolto presso l’Archivio dell’Associazione Bambini Cardiopatici nel Mondo, che consente di ripercorrere decenni di attività e di entrare nella dimensione più autentica di questa storia.

«Navigheremo attraverso i ricordi di oltre quattrocento missioni», racconta Anna Carlucci. E proprio la memoria diventa uno degli strumenti più efficaci del film: non soltanto per celebrare ciò che è stato fatto, ma per mostrare come una scelta professionale possa trasformarsi in una responsabilità verso gli altri.

Frigiola, infatti, continua a guardare al futuro. Oggi è al timone del progetto Esculapio, dedicato alla formazione dei giovani cardiochirurghi italiani e dei Paesi emergenti. Perché salvare una vita non significa soltanto compiere un intervento, ma anche trasferire conoscenze, creare competenze e costruire le condizioni perché altri medici possano continuare quel lavoro.

C’è una domanda che, racconta Frigiola, a un certo punto ha cominciato a «rovinargli le notti»: «Si può lasciar morire un piccolo che potrebbe essere salvato?». È una domanda che racchiude l’intero senso del suo percorso.

Anna Carlucci, attraverso il docufilm, non costruisce soltanto il ritratto di un grande medico. Racconta la responsabilità che accompagna il talento, soprattutto quando quel talento può cambiare concretamente la vita degli altri.

«Ha senz’altro un grande talento nelle mani – osserva la regista – ma, come lui stesso dice, è uno strumento nelle mani di Dio».

La vita tra le mani, della durata di 52 minuti e sottotitolato in lingua inglese, è anche il risultato di una lunga esperienza professionale di Anna Carlucci, regista, autrice e produttrice che dal 1984 lavora in Rai e ha firmato numerosi programmi televisivi e progetti audiovisivi.

Nel corso della sua carriera Carlucci ha alternato televisione, cinema, documentari e scrittura, lavorando tra gli altri a programmi come Parola Mia, Una grande occasione, Argento e Oro, Effetto Nuvolari, Atlante, I Giorni dell’Infanzia, Galatea, Giù al Nord, Su al Sud, Quel Paese Chiamato Po, Senza Peccato, Evolution e Il Sogno del Podio. Dal 2012 collabora inoltre a Ballando con le stelle, coordinandone l’attività social.

Un percorso che trova in La vita tra le mani una sintesi particolarmente significativa: raccontare attraverso le immagini una storia nella quale la competenza professionale incontra la responsabilità, la ricerca incontra la solidarietà e la medicina diventa strumento concreto di giustizia.

Il docufilm ha già ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui il Premio “Buone Pratiche 2025” della Comunità Europea, il Premio Rassegna Storie di Donne 2026, la menzione speciale al Festival del Cinema di Milazzo 2025, la menzione speciale per la ricerca scientifica al Festival Pianeta Donna 2025 e la menzione speciale del Premio Internazionale per la ricerca Regina Elena 2026.

Una storia, dunque, che arriva sul servizio pubblico alla vigilia della Giornata Mondiale del Cuore e che mette al centro non soltanto la medicina, ma una domanda essenziale: quanto può valere una vita quando qualcuno decide di dedicare la propria a salvarne altre?

La risposta, nelle immagini di Anna Carlucci e nella vicenda di Alessandro Frigiola, è affidata alle storie di migliaia di bambini che hanno avuto una seconda possibilità.s