Perché la notizia di quest’ultimo periodo, della violenza perpetrata da Nijiro Murakami, è un esempio perfetto di come la nostra società applichi doppi standard, in continuazione. Specialmente se sei bello.

L’industria degli idol si fonda su un’illusione. Non vende soltanto musica, film o spettacoli: vende persone. O, meglio, vende un’immagine accuratamente costruita di persone che il pubblico finisce per conoscere solo attraverso ciò che un’agenzia, un ufficio stampa o un algoritmo decide di mostrare.
Persone che formano contratti in cui dichiarano di rimanere single, per non perdere il loro pubblico.

Il problema nasce quando questa immagine smette di essere percepita come una rappresentazione e diventa, agli occhi dei fan, la realtà.

Viviamo in un’epoca in cui l’aspetto estetico influenza profondamente il modo in cui giudichiamo gli altri. È un fenomeno noto anche in psicologia: il cosiddetto pretty privilege, ne avrete sentito parlare.
Le persone considerate attraenti vengono spesso percepite come più intelligenti, più gentili, più affidabili e persino più innocenti. A parità di comportamento, tendiamo inconsciamente a concedere loro più possibilità, più comprensione e meno severità.

Questo non significa che una persona bella abbia automaticamente una vita facile. Significa però che, in moltissime situazioni, beneficia di un trattamento sociale più favorevole rispetto a chi non rientra negli standard estetici dominanti.

L’industria idol sfrutta questo meccanismo fino all’estremo. Non basta essere talentuosi: bisogna essere impeccabili. Giovani, fotogenici, sorridenti, disponibili e, soprattutto, desiderabili. Si costruisce un’immagine quasi irreale, in cui ogni intervista, ogni apparizione pubblica e ogni contenuto social contribuiscono a rafforzare la narrazione della “persona perfetta”.
Studiano, in scuole apposite, per risultare perfetti, per ridere bene, cantare bene, ballare bene, rispondere bene alle domande.
Tutto è perfettamente costruito.

Ma quella perfezione non esiste.

Esiste un essere umano, con difetti, contraddizioni e, nei casi peggiori, anche responsabilità gravi.

Ed è qui che emerge uno degli aspetti più tossici del fandom.

Molti fan non si limitano ad apprezzare un artista: finiscono per costruire nella propria mente una versione idealizzata di quella persona. Una figura che diventa quasi intoccabile. Non la conoscono realmente, ma sentono di conoscerla. È il risultato di quella che viene definita una relazione parasociale, un legame emotivo unilaterale in cui il pubblico sviluppa un senso di vicinanza verso qualcuno che, in realtà, non ha alcun rapporto personale con lui.

Quando quell’immagine si incrina, la reazione spesso non è accettare la realtà, ma difendere il personaggio a ogni costo.

È ciò che si è visto anche in questi giorni attorno a Nijiro Murakami. Dopo le dichiarazioni pubbliche della sua ex compagna, nelle quali sono stati descritti episodi di abuso sessuale e fisico, e le successive ammissioni rese pubbliche dallo stesso attore, una parte del pubblico ha comunque scelto di minimizzare quanto accaduto. Sui social si leggono commenti che cercano giustificazioni, spostano l’attenzione sul talento artistico o arrivano persino ad attaccare la vittima.

La domanda è inevitabile: se la stessa vicenda avesse riguardato una persona comune, o un uomo che non corrisponde agli attuali canoni di bellezza, le reazioni sarebbero state le stesse?

Probabilmente no.

Perché il pretty privilege non è soltanto un vantaggio nella vita quotidiana.
Può influenzare persino il modo in cui la società percepisce la gravità delle azioni.

È un meccanismo pericoloso. L’attrattiva fisica diventa una sorta di attenuante implicita. “È troppo dolce per averlo fatto.” “Ha sicuramente le sue ragioni.” “Non sembra quel tipo di persona.” Frasi che non derivano dalle prove, ma dall’immagine che ci siamo costruiti.

Eppure la realtà è molto più semplice.

Essere belli non rende automaticamente buoni.

Essere famosi non rende automaticamente innocenti.

Essere talentuosi non cancella eventuali responsabilità.

Un bravo attore può essere una pessima persona. Un cantante straordinario può compiere azioni terribili. Le due cose possono coesistere senza contraddirsi.

Questo è forse l’aspetto più difficile da accettare.

Abbiamo l’abitudine di confondere l’arte con l’artista e l’immagine con l’identità. Ma ciò che vediamo sul palco, nei drama, nei concerti o nelle interviste è quasi sempre un prodotto. Una versione selezionata e controllata di qualcuno che, fuori dalle telecamere, conduce una vita che non conosciamo.

Idealizzare gli idol significa attribuire loro qualità morali che non possiamo verificare.

Ed è un peso enorme anche per loro. Perché li costringe a vivere dentro un personaggio impossibile da sostenere, mentre allo stesso tempo rende i fan incapaci di accettare che dietro quell’immagine ci sia semplicemente un essere umano.

Ammirare il talento di qualcuno è naturale.

Trasformarlo in un modello morale senza conoscerlo, invece, è rischioso.

Forse dovremmo imparare a consumare l’intrattenimento con maggiore consapevolezza. Apprezzare un film senza credere che il suo protagonista sia automaticamente una brava persona. Ascoltare una canzone senza trasformare il cantante in un ideale. Seguire un idol senza dimenticare che ciò che vediamo è soltanto una piccola parte della sua vita.

Perché nessuno è perfetto.

E quando costruiamo la perfezione nella nostra testa, il rischio non è solo quello di rimanere delusi.

È quello di finire per giustificare l’ingiustificabile.