Inizio marzo, a un passo dalla notte degli Oscar, vi propongo un film, non in lista per il premio, ma che vale la pena guardare.
La Sposa, nuovo film uscito al cinema, diretto e prodotto da Maggie Gyllenhaal, rilegge il mito della sposa di Frankenstein attraverso un’idea narrativa affascinante, o almeno, che a me ha affascinato molto.
La storia è raccontata dalla voce di Mary Shelley stessa. È una scelta che non è solo stilistica, ma profondamente politica e simbolica, perché restituisce allo sguardo femminile la possibilità di reinterpretare una delle figure più iconiche della narrativa gotica.
Ed è proprio questo sguardo a emergere con forza per tutta la durata del film.
Interagendo anche con la protagonista, parlandole.
Uno sguardo realistico, ironico, provocatorio e spesso irriverente, che in ogni scelta sembra indirizzata verso una critica chiara e ben definita. La regia costruisce un racconto che, pur muovendosi su più piani di lettura e con diverse traiettorie narrative, rimane sempre comprensibile e sorprendentemente fluido. Il film scorre veloce, senza appesantire lo spettatore, mantenendo costante l’attenzione, nonostante all’inizio possa essere criptico.
Nel corso della storia non manca la violenza, anzi è spesso esplicita e disturbante, ma tuttavia non è mai fine a sé stessa, la capisci benissimo, la provi anche tu.
La narrazione riesce a creare un paradosso emotivo interessante, perché porta lo spettatore a empatizzare con i carnefici, che in molti casi si rivelano, a loro volta, vittime di un sistema o di una condizione imposta.
Un mostro isolato, maltrattato, svilito, portato a sfogare la sua rabbia, anche per proteggersi.
Potremmo definirlo un film d’amore? In parte sì.
Così ci viene raccontato.
L’amore effettivamente attraversa il racconto e ne accompagna molti passaggi, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa definizione. Più che una semplice storia romantica, La Sposa appare come un manifesto ironico e consapevole, in cui l’amore diventa quasi un dispositivo narrativo che introduce temi più profondi e impegnati, un condimento che insaporisce, non la portata principale.
Il film convince anche dal punto di vista estetico e produttivo, e nel gotico questo è importante.
Il cast è di grande livello, gli abiti sono straordinari e contribuiscono a costruire un immaginario visivo potente, mentre fotografia e dialoghi accompagnano con eleganza il tono della storia.
Ma la vera forza del film sta nell’idea che lo attraversa, in cui la figura della sposa, tradizionalmente passiva, destinata a esistere per qualcun altro, prende lentamente il sopravvento. Da oggetto diventa soggetto, da presenza silenziosa diventa una forza attiva, che sposta il racconto, direzionando lei stessa.
È un vero e proprio ribaltamento narrativo, tanto semplice quanto potente, che resta impresso anche dopo la fine del film.
Per tutte queste ragioni, La Sposa è un film che vale sicuramente la pena vedere, per il suo immaginario, per il suo coraggio narrativo e soprattutto per la lucidità con cui riesce a trasformare un mito classico in una riflessione contemporanea.
Sarà che ha avuto un occhio e un tocco femminile nel dirigerlo? Sì, sicuramente.
Ma questo è decisamente un film che sa comunicare e sa cosa vuole dire.




