Per me è un’enorme tristezza dire addio a Martin Parr, scomparso il 6 dicembre 2025, a soli 73 anni, nella sua casa di Bristol.

Parr è stato non solo un fotografo immenso, ma anche un artista che lascia un’eredità enorme e irripetibile, un’antropologia visiva, a tratti caustica, a tratti tenera, del mondo moderno, con i suoi vizi, le sue contraddizioni e le sue assurdità quotidiane.

Ci ha donato uno sguardo sulla quotidianità.

Nato a Epsom, quartiere di Londra, nel Surrey, nel 1952, Parr si avvicinò alla fotografia grazie al nonno, fotografo amatoriale.

Dopo aver studiato al Manchester Polytechnic, iniziò fotografando villaggi vacanze e scenari di vita quotidiana: già da allora si intuiva la sua curiosità per l’ordinario e il quotidiano.

Negli anni ’80 arrivò la svolta, con il progetto The Last Resort (1983–1985), dove raccontò le vacanze della classe operaia inglese a New Brighton, spiagge consunte, sdraio plasticose, bambini, fish and chips, teli da mare e bikini sgargianti, un ritratto onesto, senza filtri nostalgici, ma animato da colori brillanti, flash diretto, dettagli crudi, per una volta un ritratto veritiero della vita.

Con questo lavoro Parr cambiò per sempre le regole della fotografia documentaria e sociale, addio al realismo in bianco e nero, benvenuto al colore saturo, al kitsch, all’ironia.

Da lì in poi, le sue serie, come The Cost of Living, Small World, Common Sense , hanno scandagliato le pieghe della vita quotidiana, il consumismo, il tempo libero, il turismo di massa, la cultura popolare, la middle class, la vacanza come rito.

Martin Parr non voleva abbellire la realtà, voleva mostrarla per quella che era e, nel farlo, la rendeva sorprendente, grottesca, a tratti esilarante.

Molti dei suoi scatti più iconici sono dedicati alle vacanze, al turismo di massa, al tempo libero: spiagge affollate, famiglie in costume, ombrelloni, gelati, sdraio, occhiali da sole, teli stesi, immagini che potrebbero sembrare banali, ma che nelle sue mani diventano una testimonianza impietosa della contemporaneità.

Pur essendo soprattutto un fotografo documentario, negli ultimi decenni si spinse anche verso la fotografia di moda e editoriale.

Collaborò con grandi brand come Louis Vuitton e Jacquemus, e contribuì a campagne e progetti visivi distinti, portando la sua estetica, colori saturi, dettagli intensi, un approccio ironico e critico, anche nel mondo del fashion.

Il suo tratto era ben riconoscibile.

Questo passaggio non fu casuale, lui credeva che la fotografia, anche quella commerciale, potesse servire a mostrare verità, stranezze, limiti di una società in bilico tra aspirazioni e contraddizioni.

Così, anche una sedia minimalista, un abito alla moda o un prodotto di lusso potevano diventare soggetto di riflessione sulla società del consumo, sull’identità del gusto, sulle dinamiche visive del contemporaneo.

Martin Parr aveva donato al mondo uno specchio impietoso, spesso comico, sempre sincero. Con i suoi colori saturi, il suo flash diretto, la sua fedele rappresentazione dell’assurdo quotidiano, ha trasformato ciò che consideravamo banale: vacanze, famiglia, consumismo, tempo libero, in materiale d’arte, ma anche in critica sociale.

I suoi scatti di famiglie in spiaggia con occhiali da sole, sdraio, gelati, beachwear coloratissimo; i carrelli pieni di cibo al supermercato; le spiagge affollate del turismo di massa, tutto questo appartiene a noi, al nostro presente, ed è parte di chi siamo diventati.

Martin Parr se n’è andato, ma le sue fotografie restano, e continueranno a farci riflettere, a mostrarci per quello che siamo, un po’ ridicoli, un po’ vulnerabili, molto umani.

In un’epoca che tende a nascondere il difetto, la polvere e l’imperfezione dietro filtri perfetti e promesse patinate, Parr era un antidoto, un invito a guardare in faccia la realtà.

Addio a colui che io considero un maestro della visione, a un cronista del quotidiano.

Il mondo perde un occhio critico, ma noi conserviamo la sua eredità, in ogni spiaggia affollata, in ogni carrello di supermercato, in ogni famiglia in vacanza.

Io ho avuto la fortuna di vedere una sua mostra lo scorso anno a Milano, e vi invito, se ne avete la possibilità, di fare lo stesso.