Da Adriana Lima a Irina Shayk, fino a Precious Lee e Alex Consani, la passerella di Los Angeles mette insieme gli angeli della vecchia guardia e i nuovi volti della diversità. Dopo le polemiche del 2018, il marchio prova a riscrivere la propria storia senza rinunciare alla nostalgia, ma il confine tra evoluzione e strategia commerciale resta sottile

Le ali ci sono ancora, i corpi scolpiti anche, così come la lingerie scintillante e quell’estetica patinata che ha trasformato il Victoria’s Secret Fashion Show in uno degli spettacoli più riconoscibili della moda internazionale. Eppure, qualcosa è cambiato. O almeno, il marchio vuole dimostrare che sia così. Alla sfilata del 2026, andata in scena a Los Angeles, convivono due immagini apparentemente lontane, quella degli angeli che hanno costruito il mito del brand e quella di una passerella che cerca di rappresentare una femminilità più ampia. Il risultato è uno spettacolo che guarda al futuro senza riuscire, o forse senza volerlo davvero, a staccarsi dal proprio passato.

Da una parte ci sono Adriana Lima, Irina Shayk, Candice Swanepoel e le altre protagoniste che hanno alimentato il sogno degli angeli, dall’altra Precious Lee e Alex Consani, volti di una nuova stagione che rivendica spazio per corpi e identità a lungo rimasti ai margini. Due mondi che oggi sfilano fianco a fianco, ma che raccontano anche le contraddizioni di un marchio costretto a fare i conti con un cambiamento culturale che non poteva più ignorare.

Per capire quanto sia stato lungo questo percorso bisogna tornare al 2018, quando Ed Razek, allora direttore marketing di Victoria’s Secret, dichiarò in un’intervista che non riteneva opportuno includere modelle transgender nello show, sostenendo che la sfilata fosse una fantasia e uno spettacolo di intrattenimento. Nella stessa intervista, le sue parole alimentarono anche le polemiche sulla rappresentazione delle donne curvy. Le dichiarazioni provocarono una forte reazione pubblica e Razek fu costretto a scusarsi, riconoscendo che le sue osservazioni erano risultate insensibili.

Quella vicenda divenne il simbolo di una distanza sempre più evidente tra il marchio e una società che chiedeva maggiore rappresentazione, meno modelli irraggiungibili e un rapporto con il corpo femminile meno rigido. Nel 2019 lo show venne cancellato, mentre Victoria’s Secret avviava una revisione della propria immagine con nuove campagne, cambiamenti nella comunicazione e un tentativo (dapprima maldestro) di superare un ideale di bellezza che per anni era sembrato intoccabile.

Il ritorno in passerella, nel 2024, ha segnato l’inizio di una nuova fase, proseguita con le edizioni successive. Sono arrivate modelle transgender, donne curvy, figure con percorsi e caratteristiche differenti rispetto a quelle che avevano dominato gli anni d’oro del marchio. Nel 2026, la presenza di Alex Consani e Precious Lee conferma questa apertura, inserendola in uno spettacolo che continua però a privilegiare l’impatto visivo, il glamour e la riconoscibilità dei suoi simboli storici.

Ed è proprio qui che nasce la domanda più interessante. L’inclusività rappresenta una trasformazione profonda del modo in cui Victoria’s Secret concepisce la bellezza oppure è anche una risposta alle esigenze di un mercato che non può più permettersi di parlare soltanto a una parte del pubblico? Le due cose non si escludono necessariamente, ma sarebbe ingenuo ignorare il peso delle strategie commerciali in un evento costruito per attirare attenzione, generare conversazioni e alimentare il desiderio di acquisto.

Le ali, del resto, non sono mai scomparse e con loro sono tornate anche le modelle che hanno reso celebre il marchio, amate da un pubblico che rimpiange la stagione delle grandi supermodels e che continua a identificare il Victoria’s Secret Fashion Show con un preciso immaginario estetico. Il successo di questa nostalgia dimostra quanto sia difficile per un brand abbandonare una formula che lo ha reso riconoscibile in tutto il mondo, perché se è vero che il pubblico chiede cambiamento, è altrettanto vero che una parte di quello stesso pubblico vuole ritrovare esattamente ciò che ricordava.

La passerella del 2026 sembra quindi costruita per non scontentare nessuno. Le icone del passato rassicurano chi desidera ritrovare lo spettacolo di una volta, mentre le nuove protagoniste permettono al marchio di raccontarsi attraverso un linguaggio più contemporaneo. In mezzo ci sono lingerie, musica, scenografie e celebrity, ingredienti che continuano a trasformare la sfilata in un evento mediatico prima ancora che in una presentazione di moda.

Il problema non è che le due visioni convivano, ma capire quale spazio venga realmente concesso a ciascuna. La presenza di modelle con fisicità e identità differenti rappresenta un passo importante, ma non basta da sola a dimostrare che siano cambiati anche i criteri con cui viene definita la bellezza. L’inclusività rischia di restare un elemento di contorno se la struttura dello spettacolo continua a ruotare attorno a un unico ideale dominante, con poche eccezioni chiamate a testimoniare la modernità del marchio.

Non si tratta di negare il valore di una passerella più rappresentativa, né di rimpiangere un passato che oggi appare molto meno innocente di quanto raccontino i ricordi. Si tratta piuttosto di chiedersi se Victoria’s Secret sia davvero pronta a mettere in discussione i propri codici oppure abbia trovato il modo di aggiornarli senza modificarne troppo l’essenza.

A Los Angeles, gli angeli storici e i nuovi volti della diversità hanno condiviso la stessa passerella, dimostrando che nostalgia e inclusività possono convivere almeno sul piano dello spettacolo. La vera sfida comincia fuori dai riflettori, quando si tratta di trasformare quelle immagini in una visione coerente e duratura. Perché indossare ali diverse è relativamente semplice, cambiare davvero il modo in cui si guarda alla bellezza lo è molto meno.