È morto Bob Weir, settantottenne fondatore dei Grateful Dead. Chitarrista di innegabili doti, spesso ingenerosamente considerato secondo al sodale Jerry Garcia, decisamente più visibile su quel palco coi suoi assoli psichedelici e lunghissimi, capaci davvero di far partire l’ascoltatore per quei viaggi mentali che in fondo erano il core business della band californiana. Assoli pscichedelici eccetera eccetera che senza le strutture articolate e solidissime di Bob Weir si sarebbero probabilmente, anzi, sicuramente sfaldati, sfarinati, fatti talmente eterei da essere inascoltabili, differenza fondamentale tra chi pensa che per fare jazz basti suonare qualcosa di dissonante, in apparenza incomprensibile e chi in effetti jazz lo sa fare e lo fa. Conoscete tutti quella teoria, no? La medesima che ci fa dire che anche noi avremmo saputo fare i tagli sulla tela di Fontana, appendere un orinatoio al muro come Duchamp o, peggio, appiccicare con dello scotch americano una banana alla parete di un museo, come nell’opera Comedian di Cattelan. Ma l’arte è arte, e le canzoni dei Grateful Dead, quelle che poi venivano dilatate a volte anche sopra la mezz’ora nei loro seguitissimi live, la band nata come The Warlocks ai tempi dei viaggi, reali e metaforici, a bordo del Furthur di Ken Kesey e Timothy Leary ai tempi degli esperimenti con l’LSD e dei Merry Pranksters è stata la prima a avere una vera e propria fanbase fedelissima, i Deadhead, lì a seguire la band in giro per gli States coi loro camper, le loro tende, le loro roulotte. Deadhead che, registrando col permesso della band, praticamente tutti i concerti, utilizzando inizialmente ingombranti registratori a bobine, hanno in qualche modo creato il modello dei “bootleg”. Certo, storicamente il primo bootleg “ufficiale”, sempre che sia possibile mettere insieme due concetti così distanti come quelli espressi dalle due parole, la prima atta a indicare le registrazioni non ufficiali fatte durante i concerti, dai fan, la seconda che tutti ben conosciamo, è Great White Wonder di Bob Dylan, registrato da Mike Millard, non a caso considerato uno dei principali registratori pirata di concerti, ma nei fatti la presenza sul mercato non ufficiale, qualcosa di paragonabile al dark web prima che il web esistesse, e sicuramente con finalità assai meno pericolose, di migliaia di bootleg dei Grateful Dead ha fatto sì che siano loro quelli più famosi. Il fatto che nel 1987 la band e Dylan abbiamo fatto un tour insieme, poi finito nell’album Live, stavolta ufficiale, “Bob Dylan & Grateful Dead”, uscito nel 1989, è in qualche modo la chiusura di un cerchio, un cerchio concentrico come quello delle spirali psichedeliche che spesso appaiono nei video fai da te dei brani della band stessa.

I Grateful Dead, quindi, una band che ha segnato la storia del rock americano, quindi del rock tutto, e che nel tempo ha perso pezzi, nel 1973 Pigmen McKernan, tastierista inarrivabile, e poi il leader Jerry Garcia nel 1995, Phil Lesh nel 2024 e ora Bob Weir. Una band epocale, si dice in questi casi, che ha seminato pochi lavori in studio, tredici nel corso di una carriera durata oltre trent’anni, dopo la morte di Garcia, in seguito alla sua dipartita i superstiti, è il caso di dirlo, hanno dato vita a diversi progetti, dal Furthur, nome preso proprio dallo scuolabus di Ken Kesey e dei Marry Pranksters, che vedeva Weir e Lesh insieme, ai The Dead, fino ai Dead & Company, band nata da una idea del cantautore John Mayer e che è forse il progetto più vicino allo spirito iniziale dei Grateful Dead. Curioso pensare che quell’esperienza è nata mentre Weir stava lavorando con Trey Anastasio, leader della band che più di ogni altra è indicata come erede del gruppo, i Phish, e Bruce Hornsby, chiamato a collaborare da Mayer che nel mentre si era imbattuto in un vecchio brano, Althea, rimanendone affascinato. Curioso perché Althea porta la firma di Garcia, e non di Weir, invece titolare di altri classici del gruppo come Sugar Magnolia, Mexicali Blues e Jack Straw.

I Grateful Dead sono legati a doppio filo all’immaginario psichedelico e a quella particolare frangia di questo movimento che si è sviluppata nella seconda metà degli anni Sessanta in un quartiere di San Francisco, Haight-Ashbury, dove non a caso si trova la Jerry Garcia Street, prima nominata Harrington Street. Zona intorno alla quale transitavano musicisti, scrittori, poeti, giornalisti, se volete farvi un’idea di quel che passava il convento ai tempi leggetevi The Electric Kool-Aid Acid Test, dove un giovane Tom Wolfe, inventore del new journalism, racconta le peripezie del Furthur, con Weir e soci a bordo insieme a Ken Kesey e Timothy Leary, alla guida il medesimo Neal Cassady che sedeva a fianco di Jack Kerouac nel viaggio poi diventato ossatura del classico On The Road. Il suo modo di suonare la chitarra, solo in apparenza frammentario e frammentato, le toniche evitate per non sovrapporsi al modo melodico di suonare il basso di Lesh, le costruzioni armoniche pensate proprio per incastrarsi alla perfezione sulle improvvisazioni dilatate e assolutamente jazz di Garcia, così unico e a suo modo irripetibile, scompare con lui, del resto oggi è inimmaginabile un artista che componga musica che non sia frazionabile nei pochi secondi di un reel su Tik Tok o si muova nella stretta forchetta di frequenze veicolabili su Spotify. Come si dice in questi casi, So Long Bob e, è il caso di sottolinearlo, buon viaggio.