Mi sono interrogato se avesse senso, oggi, parlare di argomenti in apparenza effimeri come la musica. E me lo sono chiesto perché mentre sto qui a parlare di musica il mondo sta di nuovo toccando uno dei suoi punti più bassi, punti che, ironia della sorte, proprio chi oggi è lì a scavare in passato si è trovato a vivere nei panni della vittima. Le immagini notturne dell’assalto alla Flotilla mi ha lasciato ovviamente sgomento, non che ce ne fosse bisogno, visto le immagini di morte che ogni giorno ci piovono addosso con una costanza ostinata, ma vedere come tutto ormai venga visto come plausibile, come la polarizzazione che ci sta sempre più vedendo come un paese diviso a metà, roba che neanche ai tempi dei Guelfi e Ghibellini, sentire anche come la comunicazione sia diventata tutta slogan e grida, fino a ieri c’era chi piangeva la morte di Charlie Kirk e oggi è lì a festeggiare per l’aggressione da parte di un paese a una iniziativa di carattere umanitario, in barba a qualsiasi regola di diritto internazionale, tutto questo mi lascia senza parole, la speranza che almeno chi si sta affacciando ora al mondo possa fare meglio di noi l’unica fonte di sollievo. Per questo, anche per questo, mi sono ripromesso di fare quello che credo di saper fare meglio, occuparmi di bellezza, provando almeno per qualche minuto a contrapporre la bellezza a ciò che di bello non ci arriva dal mondo. Domani non scriverò, aderendo a uno sciopero sacrosanto che mi renderà indubbiamente la vita più complicata, vivo a Milano e il non avere mezzi a disposizione, oltre che gli altri servizi, sarà il prezzo che pagherò con convinzione a quella che ritengo una protesta necessaria.
Procediamo, quindi. Oggi parliamo di progetti musicali singolari. Singolari nel senso letterale del termine, cioè che sia unico nel suo genere, per certi versi anomalo. Singolare seppur nella grandiosità, quindi nella pluralità.
Mi spiego meglio.
Nel 1999 un colto musicista e musicofilo che risponde al nome di Stephen Merritt, nascosto da una decina d’anni dietro il nome d’arte di Magnetic Fields, one man band che ama spaziare nei generi, sogna di portare un musical laddove il musical è di casa, a Broadway. La sua idea è quella di costruire uno spettacolo musicale che narri l’amore e di farlo non affidandosi a una trama, sempre presente nel genere, quanto piuttosto a una quantità importante di canzoni sul tema, addirittura cento. Chiaramente l’intento naufraga quasi subito, per l’impossibilità di trovare una produzione che si fidi solo del suo genio. Così decide di raccogliere una serie di canzoni amorose, cercando quale possa essere il numero giusto. Pubblicarne cento, infatti, risulta impensabile, perché pur optando per una forma breve, cento canzoni supererebbero abbondantemente il quintuplo album, non esattamente qualcosa di proponibile, tanto più per un artista di nicchia come lui. Arriva quindi a scegliere il numero che più di ogni altro gli sembra collegabile all’amore, il sessantanove, sempre in bilico tra aulicità e ironia. Esce così, prima negli USA e poi l’anno successivo in Europa, 69 Love Songs, un lavoro nel quale il nostro esprime non solo e non tanto la sua poliedricità come autore di canzoni, praticamente il lavoro diventa una sorta di prontuario di quel che la forma canzone può sposare, ma anche di interprete e produttore, con risultati alti che, ahilui, non sembrano però riscontrare altrettanti successi di vendite. Di fatto, però, 69 Love Songs diventa a suo modo un culto, specie da noi, con quel suo richiamarsi ai sonetti amorosi del rinascimento, da una parte, e quel giocare tra synth e folk che si sviluppa sotto il profilo sonoro. A distanza di oltre venticinque anni, poi, Stephen torna sul luogo del crimine, il progetto sulla lunga distanza, e lo fa con un lavoro che per una volta mette in evidenza una certa vena megalomane, pur nascosto sotto il marchio Magnetic Fields. Per festeggiare infatti i suoi cinquant’anni, Merritti pubblica nel 2017 50 Song Memoir, come il titolo didascalicamente spiega un lungo memoir scandito da cinquanta canzoni ospitate in cinque cd. Stavolta, va detto, il risultato è un po’ meno a fuoco, vuoi perché in certi casi sarebbe bene non ripetere l’azzardo, vuoi perché il suo tentativo di giocare coi generi, stavolta più concentrato su dei macrogruppi, a tratti risulta noioso. Nei fatti anche questa volta i numeri sembrano non essere dalla sua parte, con l’aggravante di non avere neanche quell’aura di culto che ha invece tutt’ora 69 Love Songs, lavoro per altro proprio in questi giorni proposti per la prima volta in Italia in due concerti tenuti a Roma, all’Auditorium del Parco della Musica.
A farmi conoscere i Magnetic Fields, ai tempi non avevamo Google e le informazioni a disposizione ce le dovevamo andare a cercare col lanternino, spesso affidandoci al passaparola, era stato l’amico e collega Matteo B. Bianchi, da sempre cultore di realtà di nicchia, Merritt a sua volta portatore di quell’attitudine pop in ambito gay così tanto centrale nella poetica di Matteo.
Matteo B. Bianchi, per altro, c’entra anche con un altro progetto colossale e a suo modo bizzarro, che mi ha sempre molto affascinato. Mentre lavoravo in Mondadori, ai tempi ero consulente di Strade Blu, mi era capitata sottomano una copia di McSweeney’s, la rivista creata da quel genio di Dave Eggers, dal titolo Timothy McSweeneys’ Very Intense Heated Pasionate Battle/Embrace with They Might Be Giants. Si trattava del sesto numero della rivista, e così, tanto per partire col botto, Eggers aveva coinvolto la college band dei They Might Be Giants, che avevano scritto l’intera colonna sonora del numero, un brano per ogni racconto, titoli e illustrazioni comprese. Quarantaquattro canzoni, una per ogni testo ospitato nel numero del magazine. Un disco disco, quindi, che però era reperibile solo acquistando McSweeney’s.
Un colpo di genio, come del resto spesso capiterà di incontrare anche nei numeri successivi.
Uno in particolare avrebbe in qualche modo contribuito a sedimentare in me l’idea di coinvolgere artisti del campo rock e pop. Col progetto dal nome As Smart As We Are, uscito nel 2005, infatti, Eggers coinvolse stavolta non una band già nota come i They Might Be Giants, nota magari non a livello mainstream, ma comunque con un buon seguito nel mondo underground e ottimi riscontri di critica, quanto piuttosto un duo semisconosciuto come gli One Ring Zero. L’idea era quella di trovare una resident band per una rivista, e già questo è qualcosa di talmente insolito da rasentare il colpo di genio, una sorta di prova muscolare, un tirare fuori un coniglio dal cilindro, perché la resident band si sarebbe potuto avvalere della collaborazione di tanti scrittori del giro McSweeney’s, da Rick Moody, che a scanso di equivoci è uno dei più grandi scrittori viventi, allo stesso Eggers, passando per Neil Gaiman, la Margaret Atwood diventata recentemente famosissima per I racconti dell’ancella, Paul Auster, A.M. Hones, il compianto Denis Johnson, Jonathan Lethem e altri, tutti a comporre liriche per le canzoni della band, più che altro conosciuta per il loro suonare strumenti inventati o comunque poco comuni, con per di più cameo musicali da parte di Vernon Reid, mente e chitarra dei Living Colour e David Byrne. Il tutto ha dato vita a un album, stavolta non allegato a un numero di Mc Sweeney’s, ma in qualche modo legato alla rivista.
Quindi due lavori, rispettivamente di sessantanove e cinquanta canzoni, l’uno su un tema, l’amore, l’altro a costruire una autobiografia in musica, e poi due album che sono la colonna sonora di una serie di racconti, uno scritto da una college band, l’altro frutto della collaborazione tra una band praticamente inesistente e tutta una serie di scrittori, intenti a scrivere testi di canzoni. Da noi qualcosa di simile è stato fatto da Valerio Piccolo, poi divenuto famoso per aver scritto E si’ arrivata pure tu, canzone nella colonna sonora di Parthenope di Paolo Sorrentino, che in due occasioni aveva avuto modo di interagire con scrittori americani, prima con Poetry Notes, del 2016, quando ha musicato le liriche di autori quali Jonathan Lethem, Suzanne Vega, Nick Flynn e Rick Moody, Rick Moody che è invece titolare di tutti i testi del successivo lavoro Adam and the Animals, del 2018, dove lo scrittore di Tempesta di ghiaccio e Il velo nero ha scritto testi nei quali si parla di animali e nel parlare di animali, ovviamente d’altro, partendo dal piccolo dettaglio che, stando alla Bibbia, i nomi degli animali sarebbero stati i primi esempi di parole pronunciate da Adamo, quindi dall’uomo.
Discorso un po’ diverso, seppur sempre complesso e che tira in ballo sia un album che un libro, il caso di Piotta che ormai oltre un anno fa ha tirato fuori la doppietta Corso Trieste e ‘Na notte infame, libro e album che raccontano una storia comune, complementare e legata a doppio nodo, il primo romanzo scritto a quattro mani col fratello Fabio Zanello, scomparso nel 2023, e il secondo album che da quella morte prende le mosse, uno spaccato generazionale della loro gioventù, divisa da dieci anni di differenza, a fare da cornice al tutto. Un album, lo ricorderete, che avrebbe serenamente potuto portare a casa la Targa Tenco come Miglior album in dialetto, non ci si fossero messo quelli del direttivo del Premio Tenco a farsi un po’ di affari loro, ma che è comunque giustamente entrato nell’immaginario comune (e se non è entrato nel vostro, di immaginario, fate in modo di sopperire a questa mancanza).
Per arrivare però a oggi, tenendo conto da dove siamo partiti, questa prima persona plurale nella quale vi trovate invischiati è un meschino espediente narrativo per tenervi ancora qui con me, è di queste ore l’uscita di un album colossale che risponde al titolo di Twilight Override, Jeff Tweedy, leader degli Wilco, come autore. Un album triplo, con dentro trenta canzoni, tutte di livello stellare, senza neanche una traccia che lasci pensare che sia lì per riempitivo. Un lavoro dove il suo immenso talento di songwriter è espresso al massimo, con l’optional non da poco di non lesinare anche nelle sperimentazioni sonore, fatto che ultimamente appare spesso assente nei lavori della sua band. Un memoir, come quello di Merritt, dove però sembra che la scrittura sia sempre tenuta a bada, senza quegli eccessi autobiografici fini a loro stessi, dove addirittura gli aspetti personali potrebbero tutti essere frutto della fantasia dell’autore, più che della vita vissuta. Il tutto sotto il segno del rock, e nello specifico del rock americano, fatto che non può che farmi tirare in ballo un’altra opera, opera ormai di venti anni fa, Blinking Lights and Other Revelations degli Eels. Un lavoro, quello, portato avanti negli anni da Mark Everett, cioè Mr E, vera e propria biografia in musica, trentatré le canzoni in quel caso, dove lo stile riconoscibile del nostro è esplicitato in tutte le sue sfumature, così come i temi centrali della sua poetica, dall’ironia alla tragicità, fornita direttamente dal destino baro. Una summa dell’Eels pensiero e dell’Eels suono, necessario per comprenderne il genio, ma soprattutto per affrontare questi tempi decisamente infausti. Come è necessario Twilight Override di Jeff Tweedy, un album che solo uno sciocco potrebbe identificare come fuori dal tempo, in realtà contemporaneo come pochi altri. Come si diceva una volta, è solo rock’n’ roll, ma ci piace.




