A Venezia Jane Fonda arriva con il passo di chi ha attraversato molte epoche e ha imparato a non lasciarsi intimidire dal tempo. Ottantotto anni, due Oscar, una carriera capace di attraversare cinema, moda, fitness e attivismo: la sua biografia sembra quasi una successione di personaggi diversi. Eppure, osservandola oggi, emerge un filo conduttore preciso: la volontà di prendere posizione, anche quando farlo significa esporsi.

L’occasione è quella dei DVF Awards di Diane von Furstenberg, appuntamento dedicato alle donne che hanno trasformato la propria voce in uno strumento di cambiamento. Fonda è perfettamente a suo agio in questo contesto. Da decenni, infatti, la sua fama convive con una forma di militanza che ha attraversato generazioni e battaglie: dalla protesta contro la guerra in Vietnam fino all’impegno ambientalista.

Una carriera costruita attraverso molte vite

Jane Fonda è stata, nell’immaginario collettivo, moltissime cose. La figlia del grande Henry Fonda, la giovane attrice, la protagonista sensuale di Barbarella, l’attivista che negli anni Settanta divideva l’opinione pubblica, la regina dell’aerobica, l’icona femminista.

Ogni fase ha lasciato qualcosa della precedente, trasformando la sua immagine invece di cancellarla.

La svolta politica arrivò relativamente tardi, quando aveva poco più di trent’anni. Fonda ha raccontato più volte come l’attivismo abbia dato una direzione diversa alla sua esistenza, portandola a incontrare persone e realtà lontane dal mondo privilegiato nel quale era cresciuta.

Da allora, il conflitto con il potere è diventato quasi una costante della sua storia.

Negli anni della guerra in Vietnam arrivarono critiche feroci, minacce e conseguenze professionali. Oggi, guardando indietro, Fonda interpreta quelle esperienze come una sorta di allenamento alla libertà: quando hai già conosciuto l’ostilità pubblica, il timore di perdere consenso cambia peso.

Hollywood e il prezzo delle opinioni

È proprio qui che il discorso arriva all’America contemporanea.

Secondo Fonda, nell’industria cinematografica continua a esistere una forma di pressione verso chi prende posizioni considerate scomode. Il meccanismo può assumere forme diverse rispetto alle vecchie liste nere del maccartismo, ma conserva una logica simile: isolare, delegittimare, rendere più costoso parlare.

Il caso di Mark Ruffalo, che Fonda ha pubblicamente difeso, diventa per lei un esempio di questa dinamica. L’attrice invita soprattutto a osservare ciò che accade dietro le accuse e le controversie: quali interessi entrano in gioco? Chi trae vantaggio dal silenzio? Quanto spazio resta davvero alla libertà di espressione?

La sua risposta è netta: quello è il momento in cui serve stare insieme.

Per Fonda, la paura funziona soprattutto quando riesce a convincere le persone di essere sole. La risposta, quindi, passa dalla capacità di creare comunità e solidarietà.

Trump e il coraggio di continuare a parlare

Il suo rapporto con Donald Trump segue la stessa linea.

Fonda dice di sentirsi difficilmente intimidita dall’attuale presidente americano. La ragione è anche anagrafica: dopo una vita intera trascorsa sotto i riflettori, attraversando proteste, polemiche e campagne politiche, sente di avere ormai una libertà difficilmente comprimibile.

Il discorso cambia quando pensa alle persone più giovani e a chi rischia di pagare un prezzo concreto per le proprie opinioni.

Per questo insiste sull’organizzazione collettiva. Nel suo ragionamento, il coraggio individuale conta, ma quello condiviso può diventare una forza politica.

È una convinzione che Fonda porta avanti anche attraverso il suo impegno sul clima e attraverso le iniziative dedicate alla difesa della libertà di parola e di espressione.

L’industria dell’intrattenimento come campo di battaglia

C’è poi Hollywood, che per Fonda possiede una responsabilità particolare.

Film, serie, comicità e cultura popolare hanno un potere che spesso la politica tradizionale fatica a esercitare: raccontano possibilità. Possono mostrare mondi differenti, creare empatia, dare dignità a persone rimaste ai margini.

Ed è proprio questo, secondo l’attrice, a rendere l’intrattenimento particolarmente importante nei periodi caratterizzati da spinte autoritarie.

Il cinema, in questa prospettiva, diventa qualcosa di più di una macchina per produrre spettacolo. È uno spazio nel quale il pubblico può immaginare che le cose potrebbero andare diversamente.

E anche l’ironia assume un ruolo politico. Il potere, suggerisce Fonda, ha bisogno di apparire inevitabile. Una battuta, una satira, una voce capace di ridimensionarlo possono incrinare quella sensazione.

Dall’attivismo ambientale all’intelligenza artificiale

La sua battaglia attuale guarda soprattutto al futuro.

Fonda considera l’intelligenza artificiale una delle trasformazioni più radicali del nostro tempo, soprattutto per l’impatto che potrebbe avere sul lavoro. Il punto, per lei, riguarda meno la tecnologia in sé e più il modo in cui la società deciderà di governarla.

Il rischio è che la perdita di occupazione alimenti una nuova ricerca del capro espiatorio, spostando la rabbia verso gli immigrati o altri gruppi vulnerabili.

La questione climatica entra nello stesso quadro. Attraverso il suo impegno politico e ambientalista, l’attrice continua a sostenere iniziative legate alla tutela del pianeta. La sua idea di politica resta fortemente legata alle conseguenze che le decisioni di oggi avranno sulle generazioni future.

È una prospettiva che appartiene anche alla sua idea di femminismo: autonomia, possibilità di scegliere la propria strada e libertà di aspirare al massimo delle proprie capacità.

E poi c’è Barbarella. La parte più sorprendente della sua storia, però, arriva quando Fonda torna a parlare del film che più di ogni altro ha contribuito a trasformarla in un’icona.

Barbarella, diretto nel 1968 dall’allora marito Roger Vadim, è diventato negli anni un cult. Costumi futuristici, erotismo, colori psichedelici: il film ha consegnato Jane Fonda alla cultura popolare come una delle immagini femminili più riconoscibili degli anni Sessanta.

La sua esperienza sul set, racconta oggi, fu invece molto distante dal mito costruito successivamente.

L’attrice ricorda soprattutto il disagio legato alla nudità e alla pressione esercitata su di lei. Una delle sequenze più celebri nacque inoltre in condizioni surreali: una macchina da presa posizionata sopra una lastra di vetro, il set ribaltato verso l’alto e un imprevisto decisamente cinematografico, un pipistrello comparso durante le riprese.

Il contrasto è quasi perfetto: mentre il mondo vedeva nascere una fantasia sexy e liberatoria, la donna dentro quell’immagine viveva il momento con paura e forte disagio.

È forse uno dei dettagli che meglio raccontano Jane Fonda.

La sua carriera è stata spesso costruita attorno alle immagini che gli altri hanno creato di lei. Ma la sua storia personale procede nella direzione opposta: riprendersi quelle immagini, modificarle, contestarle e infine scegliere chi essere.

La libertà di cambiare

Guardando oggi alla sua carriera, Fonda sembra interessata soprattutto a questo: alla possibilità di cambiare.

Ha attraversato Hollywood, la politica, il femminismo, il fitness e l’ambientalismo senza rimanere intrappolata in una sola definizione. Perfino il rapporto con il proprio aspetto fisico, per anni elemento centrale della sua immagine pubblica, è diventato nel tempo un terreno di consapevolezza e liberazione.

A 88 anni, dunque, Jane Fonda continua a parlare come chi considera il cambiamento una responsabilità personale. La sua idea di coraggio non coincide con l’assenza di paura: assomiglia piuttosto alla scelta di agire anche quando la paura è presente.

Ed è questo che rende ancora attuale una figura nata nella Hollywood degli anni Sessanta e arrivata fino alle grandi battaglie del presente.

Perché Jane Fonda, prima ancora di essere un’attrice o un’attivista, sembra aver fatto della trasformazione la propria forma più autentica di libertà.