Fino a ieri, per rubare l’identità a un politico lo si doveva imitare. Oggi, basta un software ed il gioco è fatto, con tutti i pericoli ingannevoli di una simile pratica.

È per questo che Giorgia Meloni ha chiesto di riconoscere la sua voce come un marchio registrato. Non una frase, non uno slogan. La voce in sé.

Un file audio brevissimo, quattro secondi in tutto, in cui Meloni dice semplicemente chi è. Due volte. Niente di più. Ma con quel file depositato ad Alicante, presso l’ufficio che in Europa tutela marchi e brevetti, la Presidente prova a fare qualcosa di inedito: trasformare la sua impronta vocale in proprietà intellettuale.

A supportare la mossa deepfake avviata dalla premier, è stato un team di avvocati specializzati in diritto industriale, tra Roma e le Marche. La pratica è ancora aperta, in istruttoria. Coinvolge il mondo dei contenuti digitali, quello della divulgazione culturale e quello degli eventi pubblici di natura politica.

Siamo abituati a pensare al plagio come alla  copia del mero lavoro di un altro. Oggi il dato da considerare è diverso: l’intelligenza artificiale non copia il tuo lavoro, copia te stesso. Con quattro secondi di parlato può farti dire qualunque cosa, con la tua esatta intonazione.

E Meloni questo lo sa meglio di chiunque altro. Già un anno fa era finita al centro di un caso di manipolazione digitale estrema, con la diffusione di materiale intimo falso creato con il suo volto, vicenda che l’aveva portata in tribunale con un’azione civile. Allora si è difesa dopo. Oggi fa l’opposto: corre ai ripari prima.

È il passaggio dalla logica del risarcimento alla logica della prevenzione. E non è un capriccio da vip, come qualcuno ha provato a liquidarlo ricordando che anche alcune cantanti e doppiatori avevano già fatto lo stesso. Per un artista la voce è uno strumento di lavoro. Per un Premier, è uno strumento di democrazia.

Se domani in rete circola un finto audio del Presidente del Consiglio che annuncia una tassa o un ritiro di truppe, il problema non è Meloni, è lo Stato. Il cittadino non ha più modo di distinguere il vero dal falso.

Ecco dove l’antiplagio diventa politica pura. Rendere la voce un marchio significa che chi la clona per ingannare non commette più solo diffamazione ma contraffazione di marchio. E la contraffazione si blocca subito.

È una trincea giuridica. Si può essere d’accordo o no con Meloni. Si può ironizzare su una frase di quattro secondi come “Io sono Giorgia Meloni”, ma non si può non vedere la portata di ciò che accade intorno a noi. In un’epoca in cui tutti copiano tutto, l’unico gesto davvero originale è dire: questo sono io, l’originale è uno solo, le copie sono illegali.

Meloni inizia a proteggere se stessa. Lo fa in vista anche di una futura corsa elettorale. In questa prospettiva, la Presidente del Consiglio ha scelto, dunque, di premunirsi contro la manipolazione digitale.