Quella da poco passata, e che nei fatti a me sembra essere passata da anni, forse addirittura decenni, tanto la vedo lontana, archiviata, dimenticata, è stata per me un’estate di prime volte. È stata la prima volta che ho fatto il Cammino di Santiago di Compostela. La prima volta che ho visto un concerto di Bruce Springsteen a San Siro. La prima volta che ho visto un concerto dei Modà, anche questo a San Siro. So che questi tre fatti, l’elenco sarebbe in realtà più lungo, ma le altre prime volte non sono coerenti col discorso che sto andando a fare, so che questi tre fatti, messi così uno dietro l’altro possono spiazzare, e in effetti spiazzano, ma fidatevi di me, un nesso c’è.

O meglio, c’è un nesso tra la prima volta numero due e la prima volta numero tre, che però in qualche modo prende spunto dalla prima volta numero uno. Perché oggi, a cinquantasei anni, di cui circa una trentina passati a scrivere e a scrivere di musica, credo di essere abbastanza pacificato. Anzi, del tutto pacificato. Senza bisogno di dimostrare qualcosa a qualcuno. Sereno.

Mi spiego meglio, e chiunque pensi che quel che sto dicendo è poco attinente al tema di questo pezzo, i Modà e il loro secondo concerto all’Unipol Forum di Assago, beh, dovrà avere la compiacenza di andare avanti con la lettura e a un certo punto, puf, capirà perché è proprio di quel concerto che ho cominciato a parlare quando ho scritto la frase “Quella da poco passata, e che nei fatti… eccetera eccetera”. Quando circa undici anni fa ho ripreso a scrivere assiduamente di musica, non che io abbia mai smesso, ma con quell’assiduamente intendo con cadenza quotidiana, sul web, applicando il mio essere scrittore e critico musicale alla pratica del giornalismo, io che giornalista non sono per scelta etica e personale, ho pensato, era già accaduto quando a fine Novecento avevo cominciato, ecco, ho pensato che il mio compito fosse quello di incarnare in qualche modo il ruolo di moralizzatore. No, non di essere la versione scritta di quel tipo de Le Iene che andava in giro vestito di nero e col dito alzato, quando ho iniziato quel personaggio non c’era, e a dirla tutta neanche Le Iene. Il moralizzatore nel senso di chi vuole portare un qualche senso morale in un ambito, quello del sistema musica, che di morale aveva poco, una sorta di inquisitore pronto a praticare qualsiasi forma di tortura, ovviamente scritta, pur di fare spazio al bello. Il tutto, mica sono l’Eimerich inventato da quel mezzo genio che fu Valerio Evangelisti, con una buona dose di punkitudine e di ironia, fatto che mi era consentito anche in virtù del semplice fatto che non ho mai guardato a questo mio ruolo come alla parte centrale del mio lavoro, e quindi non ho mai pensato che inquisire, quindi farmi nemici dentro il sistema come nelle fandom degli artisti che eventualmente mi sarei trovato a stroncare, avrebbe in alcun modo potuto influire su una mia eventuale carriera. Sul perché io non abbia mai guardato a quello che nei fatti è il mio lavoro come al mio lavoro, immagino, ci sarebbe da analizzare parecchio, ma nei fatti tutto ciò mi ha portato a incarnare un ruolo, ruolo che ho incarnato costruendoci intorno anche un personaggio complesso, sono pur sempre uno scrittore, dove a fianco del moralizzatore punk e ironico, spesso sarcastico, viveva anche l’amorevole padre di famiglia, dicevo, tutto ciò mi ha portato a incarnare un ruolo ben preciso, quello del “cattivo”, sì, ma anche dell’implacabile. In questa mia visione del ruolo di critico musicale non mi sono mai fatto scrupolo di muovermi con la grazia di una palla da demolizione, sì, la famosa wrecking balla in dorso alla quale la bella e non più adolescente Miley Cyrus decise, ormai dodici anni fa, di mettere in scena pubblicamente il suo essere divenuto una donna, immaginatemi come lei che scrivo queste parole, possibilmente però vestito, spazzando quelli che ai miei occhi erano gli ecomostri per far largo a un futuro decisamente più green e votato alla bellezza.

Ne hai ancora per molto? Questo immagino starete pensando, anche legittimamente. Ma siamo già nel cuore del discorso, fidatevi, e no, non ne ho ancora per molto.

Una wrecking ball, così si chiama in inglese la palla da demolizioni, quella di Miley, non è esattamente una macchina di precisione chirurgica. Non è, per intendersi, come quella che quando io ero bambino, parliamo degli anni Settanta, ci veniva raccontato fosse la bomba all’idrogeno, capace di non abbattere neanche un edificio uccidendo però tutte le persone nel giro di tanti chilometri, che belli gli anni della Guerra Fredda, eh, per cui mi è capitato, indubbiamente, di abbattere chi probabilmente in questo discorso sarebbe potuto anche non rientrare, ma sempre in buona fede, e con la massima onestà intellettuale. La parola intellettuale, come tutte le altre che avete letto fin qui, quelle che io ho scritto fin qui, non si trova qui per caso. Ho sempre vestito i panni del critico musicale a partire dal mio essere uno scrittore, quindi come un intellettuale che abbia deciso di guardare alla musica come mirino per colpire la figura grossa del mondo. Credo che a chiunque abbia letto un mio pezzo, non essendo giornalista non li chiamo neanche articoli, non sia sfuggito quanto io nel parlare di musica parli spesso di altro, forse anche troppo spesso. Di intellettuali che si sono applicati al pop, specie nella seconda metà del Novecento, è stato pieno il mondo, io ho provato a farlo qui in Italia, e nessuno sembra abbia avuto molto da eccepire a riguardo. Almeno tra chi mi ingaggiava per farlo. Certo che questo mio vedermi come un intellettuale che parla di pop ha avuto i suoi vantaggi, stavolta parlo proprio in merito alla mia cosiddetta carriera, perché in un coro di passa notizie, spesso molto compiacente col sistema nel quale si muoveva, chi ha guardato al giornalismo musicale come il suo campo da gioco ha evidentemente ben visto di crearsi un contesto agevole e agiato nel quale vivere comodamente, in quel coro omogeneo e omologato uno che dicesse qualcosa di originale, nella forma e nel contenuto, che per di più andasse controcorrente lo si notava neanche poco. Non dico niente di nuovo, il villain nelle fiabe come nei film della Disney, è sempre stato in vista quanto, se non di più, dei protagonisti. Ho anche più volte provato a spiegarlo a quelli che si vedevano come miei colleghi, indicando il loro stare a quattro zampe come in realtà modalità poco incline a portarli da qualche parte, provateci voi a camminare su due piedi o a quattro zampe e ditemi quando e come andate più veloci, ma ottenendo scarsi risultati. E questo, ripeto, non perché io intendessi andare altrove, per me il mio lavoro principale, il mio core business, è sempre stato essere uno scrittore, non volevo andare da nessuna parte e, immagino, da nessuna parte sono andato. Essere però un intellettuale, pur applicato la pop, quindi un intellettuale postmoderno, lungi da me ora aprire questo capitolo, ha implicato una certa dose di quella che, ahinoi, dovrò chiamare spocchia. Spocchia che, sempre ahinoi, e il noi nel quale includo me e voi, questo sì che è postmodernismo, è una mossa narrativa per tenervi al mio fianco anche mentre esterno un passaggio delicato e non certo edificante di questo discorso, la spocchia, quindi, ahinoi, non è mai portatrice di buoni presagi. Perché un conto è il “signora mia” di arbasiniana memoria, un conto il non riuscire per preconcetto a leggere la realtà. Il porsi, cioè, altrove, e fin qui ci sta, ma in un altro che preveda una sorta di superiorità intellettuale, un piano di lettura complessa di un mondo che però, ahinoi, ha anche un piano di lettura semplice e immediato. Come se, guardando a un testo di quelli che di piani di lettura ne hanno due o tre, penso a un Caparezza, a un Rancore, ci si concentrasse solo su quello più nascosto, non capendo esattamente di cosa si sta parlando nel resto del brano.

Ci siamo. È stata lunga ma, spero, confortevole. Il fatto è che non ho mai preso in considerazione Bruce Springsteen finché nel 2000, venticinque anni fa, Cristina Donà non mi ha parlato di The River come mezzo per andare a fare un coast to coast negli States per Gente Viaggi, ne parlavo giusto qui https://361magazine.com/il-mio-primo-concerto-di-bruce-springsteen-a-san-siro/. Lei era una vera appassionata del Boss, e io mi sono fidato, inizialmente più per interesse a fare quel viaggio, certo, ma capendo poi cosa mi ero perso fin lì.

Non ho mai approfondito più di tanto la storia dei Modà, eccoci, dedicando loro un ascolto sommario e superficiale, quello che “pregiudizionalmente” credevo la musica uscita da quel contesto meritasse, perché li ho sempre inquadrati in un discorso più complesso che vedeva quella che ai tempi era la loro casa discografica, Ultrasuoni, come parte portante del problema che volevo affrontare. Anche quando poi sono finito a dire la mia presso RTL 102,5, che di Ultrasuoni era tassello fondamentale, nelle regole di ingaggio tra me e Suraci c’era il poter dire quello che volevo senza censure, altrimenti non sarei stato della partita, ho sempre continuato a guardare a quel sistema come a qualcosa di poco accettabile, quindi poco interessante, facendo delle canzoni dei Modà il famoso bambino nell’acqua sporca. Ho sempre riconosciuto, essere un intellettuale o percepirsi come tale non prevede necessariamente avere onestà intellettuale, non credo di dire niente di nuovo, ma io l’ho sempre vista così, ho sempre riconosciuto un verità di fondo in quel che i Modà facevano, e ne parlo come Modà senza entrare nello specifico di chi nei Modà le canzoni le scrive, Kekko Silvestre, proprio perché al momento mi è utile disumanizzarli, tenere ancora le distanze, ho cioè sempre riconosciuto una riconoscibilità come una sincerità in quello che facevano, ma il contesto ha sempre per me rappresentato un ostacolo a una lettura altra, sana, che mi sono del resto precluso in partenza.

Poi, è storia, storia mia personale, quando quel mondo è venuto in qualche modo meno, Ultrasuoni ha lasciato la scena, le radio hanno in qualche modo perso quel peso e quella centralità che per anni hanno avuto, quella che io indicavo come una triade, Suraci-De Filippi- Salzano, si è sfaldata, e quando nel mentre i Modà sono in qualche modo usciti da quel cono di luce dove per anni erano stati, stando alla mia lettura dei fatti non esattamente per meriti propri, me ne sono disinteressato, pensando che una loro eventuale caduta potesse essere letta come un effetto collaterale di quel cambiamento epocale che era l’arrivo dell’algoritmo in discografia.

Sbagliavo. E quando si sbaglia, ovviamente, tocca dirlo e dirlo a gran voce. Certo arrivare a dirlo dopo aver messo tra me, tra noi, e questo “sbagliavo” circa diecimila carattere spazi inclusi, è un po’ come il tentennamento col quale Fonzie si approcciava alla parola scusa, sono un uomo anziano, citare Happy Days per far capire qualcosa mi sembra coerente, ma l’ho detto e lo ripeto: sbagliavo. E sbagliavo perché, non lo avevo forse capito del tutto a San Siro questa estate, ve ne ho parlato qui https://361magazine.com/la-vita-stupisce-ho-visto-i-moda-a-san-siro-e-mi-e-molto-piaciuto/, i Modà non sono solamente sinceri, fatto di per sé meritevole, ma hanno anche una capacità incredibile di parlare a un sacco di gente e di farlo esprimendo una carica a tratti anche rock, un linguaggio che arriva dritto al cuore del pubblico, senza troppe sovrastrutture che chi intellettualizza invece ha.

Ieri sera, per provare a esercitare la stessa forma, all’Unipol Forum di Assago è andata in scena la seconda data milanese del tour nei Palasport dei Modà, e io mi sono divertito come un pazzo. Mi sono anche emozionato, cogliendo sfumature che, in una lettura arbasiniana del loro repertorio, fin qui mi ero assolutamente perso. Essere capaci di usare un linguaggio diretto, la canzone melodica, dove la melodia votata a quello che nella nostra tradizione è il bel canto, così come esercitare una carica energetica decisamente rock, sono usare un linguaggio diretto, ma lo è ancor di più parlare di sentimenti, di vita, senza starci a girare troppo intorno, senza cioè dover star necessariamente lì a far finta che quel che si vive e si prova sia qualcosa da seppellire dietro montagne riferimenti colti o citazioni volendo anche pop. Ne scrissi ormai anni fa, a proposito di un concerto visto casualmente di Eros Ramazzotti, dove ero stato invitato da Romina Falconi che ai tempi era la sua corista, ascoltando quelle che io avevo sempre bollato come canzoni banali, che parlavano di vita in una maniera che non trovavo affatto ricercata ho capito come la sua fosse una forma d’arte cui guardare con attenzione, e nel farlo avevo citato proprio Springsteen, che per una porzione importante della sua carriera aveva scelto di cantare una vita di provincia, marginale, coi suoi sogni infranti e le sue speranze da rincorrere andandosene. Qualcosa che ai miei occhi era una provocazione, paragonare Eros, e l’Eros non esattamente in stato di grazia di quel periodo, a Springsteen, una sorta di divinità per chiunque amasse il rock americano, una provocazione che però nascondeva, sotto strati di intellettualismo, una grande verità. Ecco, non l’ho detto per il concerto a San Siro, dove l’affetto che nel mentre mi lega a Kekko, ne ho parlato lì e non credo serva star qui a fare in riassunto delle puntate precedenti, ma ora posso dire in tutta sincerità che ieri, ascoltando le canzoni dei Modà, spesso cantate in coro da tutti i presenti all’Unipol Forum di Assago, ho pensato esattamente la stessa cosa, con la differenza, e qui rientra il discorso del Cammino di Santiago, che l’ho pensato senza carica provocatoria, ma pacificato con un mondo che nel mentre ho deciso di non voler cambiare. Temi in parte diversi, certo, qui la politica era assente, ma medesima modalità espressiva, capacità di arrivare al cuore della gente In questo, tanto per non lasciar pensare che io mi sia solo divertito e emozionato, come se divertirsi e emozionarsi non fosse abbastanza, Dio santo, c’è che i Modà, nella nuova versione live che prevede la presenza sul palco di un terzo chitarrista, Nicola Nite dei Tazenda, anche cognato di Kekko, in questo, dicevo, c’è che i Modà hanno un tiro pazzesco, dal vivo, ottimi i chitarristi Diego Arrigoni e Enrico Zapparoli, cui è dedicato ampio spazio in più parti dello show, potente la sezione ritmica che vede Stefano Forcella al basso e Claudio Dirani alla batteria, Nicola Nite a riempire il suono e fare i cori, e con il cantato potente di Kekko, quello che ai tempi ho paragonato a Roby Facchinetti dei Pooh, e che continuo a vedere come tale, crea un mix davvero micidiale. Su tutto, il personale non può essere tenuto fuori dalla porta, evidentemente, c’è anche la simpatia di Kekko, che sul palco diventa un vero animale nella versione vaschiana del termine, sì, avete letto bene, Vasco, lì a gigioneggiare, fare battute, giocare di autoironia ma anche sbruoneggiare, l’entrata con giacca dorata e occhiali da sole nera meriterebbe un capitolo a sé, come quando a un certo punto, sul finale, è uscito con t-shirt bianca per evidenziare la pancia che, ha detto, si è fatto crescere così come tanti preferiscono invece farsi crescere la barba, amico mio, io ho pancia e barba, perché fermarsi solo alla prima?

Un artista in grado di maneggiare non solo la melodia e le parole da metterci su, quindi i sentimenti, rabbia compresa, ma anche lo standing, Dio mio parlo come fossimo a X Factor, accompagnato dai suoi colleghi tutti all’altezza del discorso.

Chiudo raccontando un piccolo passaggio del concerto, per dire quanto quel palco, palco che ha promesso di non lasciare mai più per tanto tempo, guardando a un futuro fatto di tour non estenuanti ma da ripetersi anno dopo anno, chiudo, dicevo, raccontando un piccolo passaggio del concerto, per dire quanto quel palco sia davvero casa sua, dove uno si sente talmente a suo agio da poter davvero cazzeggiare come fosse in ciabatte e pantaloncini corti spaparanzato sul proprio divano. Nel pomeriggio di ieri, preparandomi alla serata al Forum, ho mandato un messaggio a Kekko, dicendogli scherzosamente che se non avesse dedicato La notte a me e mia moglie, lì con me al concerto, sarei poi stato costretto a stroncarlo oggi, tirando in ballo i cavalli che affogano dal culo. Questo è un passaggio di un mio vecchio e piuttosto noto pezzo, che avevo citato in una loro stroncatura e che lui, quando ci siamo conosciuti di persona nel 2023, mi ha citato con molta autoironia, ricordandomi anche quasi tutte le tante altre volte che li avevo stroncati. Leggendo quel messaggio mi ha risposto divertito, dicendo che l’età avanza, e che quindi sperava di ricordarsene, risposta che mi ha strappato un classico emoticon con le lacrime per le risate. Poco prima dell’inizio, come promemoria, ma per me era tutto uno scherzo, gli ho mandato una foto di un cavallo in acqua, ripreso da sotto. Ecco, arrivato alla fine di Tappeto di fragole, quando si è trattato di introdurre l’altra mega-hit La Notte, Kekko ha raccontato di come gli avessi scritto che lo avrei stroncato se non avesse dedicato a me e mia moglie quel brano, raccontando poi che nel mentre siamo diventati amici, e chiedendosi che animale avrei mai tirato in ballo oggi nello scrivere del concerto, per poi partire col brano. Un destino infame ha voluto che il video che ho fatto di quel passaggio sia andato perduto nel mio cellulare, ma se cercate in rete immagino si possa trovare.

E a proposito di amicizia, un sentimento che nel mondo della musica è spesso sbandierato, ma che in realtà credo poco vissuto, e io credo di poter dire che quella tra me e Kekko, proprio perché nata così casualmente come raccontavo nel pezzo di San Siro, sia proprio amicizia, dopo quella parentesi così infarcita di hit, Kekko ha voluto con sé sul palco Bianca Atzei, con la quale ha cantato un medley delle canzoni che lui ha scritto per lei. L’intenzione, dichiarata, è quella di provare a concedere alla cantante un secondo tempo, lei che fin qui ha indubbiamente raccolto finora meno di quanto meritasse. Anche Bianca, come i Modà, è stata in un passato passato colpita dalla mia wrecking ball, a sua volta parte di quel sistema, quello di Ultrasuoni, che da una parte l’ha avvantaggiata, dall’altra l’ha resa una sorta di principessa nella torre. Un gesto di amicizia concreto, quello di Kekko, che ha detto sul palco di volerle stare accanto per un rilancio che, evidentemente, non si limita solo ai live, fossi in Carlo Conti, pensando al prossimo cast del Festival di Sanremo, non me la perderei, perché un suo eventuale rilancio potrebbe essere una bella medaglia da mettere sulla giacca, oltre che cosa buona e giusta. Un gesto, quello di Kekko, che io non credo avrei saputo vivere a quel modo, se siete arrivati fin qui avrete visto dietro quanti quintali di parole ho nascosto un mio “ho sbagliato” e anche come sia stato reticente, pudico e anche in imbarazzo nel raccontare un’amicizia che invece Kekko ha affrontato sul palco in maniera decisamente più leggera, divertita e divertente. Questa capacità di essere diretti, nell’affrontare la vita, le emozioni, le incazzature come i drammi, gli amori come i lutti, l’essere padre e l’essere compagno, è un pregio che pochi conoscono, chiunque ieri fosse stato dentro l’Unipol Forum di Assago sa di cosa parlo.

Come si dice in questi casi, meglio tardi che mai, in fondo quella da poco passata, e che nei fatti a me sembra essere passata da anni, forse addirittura decenni, tanto la vedo lontana, archiviata, dimenticata, è stata per me un’estate di prime volte. È stata la prima volta che ho fatto il Cammino di Santiago di Compostela. La prima volta che ho visto un concerto di Bruce Springsteen a San Siro. La prima volta che ho visto un concerto dei Modà, anche questo a San Siro. Chi mai avrebbe pensato che di concerti dei Modà, nel 2025, ne avrei visti addirittura due, e che mi sarebbero così tanto piaciuti?