L’artista si racconta
Credit: Andrea Bianchera
Per molto tempo Fabio Rizzo ha avuto la sensazione di essere fuori posto come spiega a Corriere della Sera. Non soltanto nella periferia in cui è cresciuto, ma dentro il mondo stesso. Prima che arrivasse Marracash, prima dei dischi, dei concerti e della consacrazione, c’era un ragazzo che osservava tutto da lontano e sentiva di non poter accettare la storia che sembrava già scritta per lui.
Oggi quel ragazzo è diventato uno degli artisti più importanti del rap italiano, ma ascoltandolo parlare viene il dubbio che il vero centro della sua storia non sia mai stato il successo. Semmai, la sopravvivenza. «Il mio obiettivo negli ultimi tre anni era non perdere completamente la testa», racconta, parlando dell’impatto devastante avuto con la fama. Dopo aver inseguito il riconoscimento per anni, si è ritrovato dentro qualcosa di molto più complicato: il peso dell’esposizione, la pressione continua, il rischio di smarrirsi.
Nel documentario King Marracash emerge soprattutto questo: un uomo che prova a tenere insieme due identità. Fabio e Marracash. La persona privata e il personaggio pubblico. E forse la vera conquista è proprio essere riuscito a non lasciare che una cancellasse l’altra.
Dice di averci lavorato a lungo, aiutato dalle amicizie storiche e da quel «micromondo» costruito prima della notorietà. Un nucleo di persone che esiste indipendentemente dal successo e che gli ha impedito di perdersi completamente dentro il personaggio.
La contraddizione, però, sembra essere il suo habitat naturale. Marracash si descrive come una persona «sfaccettata», capace di essere una cosa e il suo opposto. Bisognoso di legami ma anche profondamente solitario. Empatico e insieme egocentrico. Lui stesso ammette di avere un forte bisogno di «essere visto»: attirare lo sguardo del mondo, far sentire la propria voce, non passare inosservato.
È una tensione che attraversa tutta la sua musica. Anche quando parla di politica o denaro, non cerca mai risposte nette. Critica il capitalismo pur essendo diventato ricco, riconoscendo il conflitto senza provare a nasconderlo. «Mi piace avere i soldi ma non voglio accettarlo in pieno», confessa. E forse proprio questa impossibilità di sentirsi davvero risolto rende i suoi racconti così credibili.
La sua vera ossessione, in fondo, sembra essere sempre stata la ricerca di una via d’uscita. Da ragazzo percepiva il contesto in cui viveva come un «tritacarne» da cui salvarsi. Prima sono arrivati i libri — Kerouac, Hemingway, Bukowski — poi il rap, che inizialmente era soltanto un mezzo per dimostrare di avere talento e guadagnare abbastanza da cambiare vita.
Con il tempo, però, la musica è diventata altro: uno spazio dove mettere ordine nel caos. Marracash racconta di accumulare pensieri e appunti soprattutto di notte, quando l’insonnia trasforma la mente in un flusso continuo di immagini e intuizioni. A un certo punto, dice, «collego i puntini e si crea una costellazione». È lì che nasce una canzone.
Ma la notte è anche il luogo dove riaffiora il vuoto. Ammette di avere paura dei momenti senza obiettivi, perché è proprio lì che tornano l’insicurezza e il dolore. Un dolore che non cerca di evitare: «Me lo vivo. Non mi distraggo». Per lui soffrire non è qualcosa da anestetizzare, ma un passaggio inevitabile: «Il dolore si paga».
Eppure, dentro tutta questa inquietudine, oggi sembra esserci anche uno spazio nuovo. Marracash parla di una «nuova energia», di una rivoluzione personale che coincide soprattutto con l’idea di cambiare. Dopo anni passati a costruire la propria identità contro qualcosa — contro il sistema, contro il giudizio degli altri, contro il destino — si domanda cosa possa succedere quando vengono meno i nemici.
«La libertà è non sapere cosa accadrà domani», dice. E forse è proprio questa la vera rivoluzione di Fabio Rizzo: concedersi finalmente la possibilità di non dover combattere sempre.




