Il Diavolo veste Prada 2, sequel che sta spopolando al cinema va in sottrazione sull’elemento fashion, mostrando la seta strappata dell’editoria.

Il film offre una passerella su cui non sfilano abiti, ma intere redazioni. Il Diavolo veste Prada 2 di David Frankel non indossa più solo la moda: indossa la fatica. Torna Runway, ma il tessuto è liso. Sotto il raso degli uffici di cristallo si sente il respiro corto dell’editoria, il battito irregolare del giornalismo che prova a non morire in sala rianimazione.
Miranda Priestly non detta più tendenze: detta l’urgenza di restare. Il Diavolo, stavolta, non veste Prada. Veste i bilanci in rosso, le redazioni dimezzate, le riunioni in cui “beauty” fa rima con “budget” e “copertina” con “tagli”. Il film svela il meccanismo senza anima che trasforma la bellezza in algoritmo e il talento in metrica. Click o ADV, sono le nuove parole che sfrattano il corsivo dalla carta stampata.
Tra un rendering e una call con gli investitori, Runway sanguina inchiostro. Mostra la crisi non come sfondo, ma come personaggio che diventa quinta protagonista a sedere in consiglio di amministrazione.

Andy Sachs non corre più a prendere caffè. Corre dietro a un mestiere che ha smesso di promettere contratti. Il precariato dell’informazione attraversa il film come una cucitura storta: giornalisti freelance pagati a cottimo, firme storiche mandate a casa con una mail, tirocinanti che firmano pezzi che faranno il giro del mondo e non pagano l’affitto.
La fatica è fisica: notti in redazione, occhi che si abituano al buio degli schermi. È morale: scegliere tra la notizia che serve e quella che vende.
Runway diventa ancora una volta metafora di emancipazione non solo femminile ma di evoluzione del mondo del lavoro. Non è più il tempio della taglia 38: è il campo dove si rivendica che il merito abbia un prezzo, che la gavetta non sia condanna, che la firma di una donna valga quanto quella di un uomo, e soprattutto che il lavoro giornalistico sia davvero ricompensato e non visto come semplice passione.

Per questo Il Diavolo veste Prada 2 non è un sequel. È un editoriale. Ha la struttura di un’inchiesta e il cuore di una lirica. Non ci chiede di scegliere tra arte e mercato, tra sogno e stipendio. Ci dice che se separiamo le due cose, muore il giornalismo e muore la moda. Perché entrambe, senza anima, sono solo stoffa.