In questi giorni è scoppiato il caso Banhoff il suddetto “artista”, anche se l’arte non ha nulla a che fare con questa storia, e le foto scattate di nascosto, sotto le gonne di donne ignare.
Il caso a me sembra chiaro, non è arte, è Revenge Porn, eppure per molti non è così.
Tanto da concedergli pubblicazioni, mostre, interviste.
Undici anni dopo (sí, avete letto bene 11) il caso Ray Banhoff non interroga soltanto un fotografo. Interroga un intero ecosistema culturale. Interroga i curatori che lo hanno sostenuto, i giornalisti che lo hanno celebrato, le istituzioni che gli hanno dato spazio e quel sistema dell’arte che troppo spesso confonde la provocazione con la profondità.
Al centro della polemica vi è il progetto fotografico realizzato tra il 2012 e il 2015 nelle strade di Milano. Migliaia di immagini scattate a donne inconsapevoli, fotografate durante i loro spostamenti quotidiani, in metro, sui tram, per le strade. Lo stesso autore ha raccontato negli anni di aver raccolto oltre tremila fotografie, molte delle quali ottenute senza alcuna interazione con i soggetti ritratti e, in diversi casi, attraverso inquadrature invasive rivolte a parti del corpo femminile o realizzate dal basso fin sotto le gonne. Quelle immagini confluirono poi nel catalogo Banhoff Street-Fie e nella mostra FIE, presentata nel 2015 a Milano.
Oggi, mentre una denuncia e un acceso dibattito pubblico riportano quel lavoro sotto i riflettori, la domanda non riguarda soltanto la legittimità giuridica delle fotografie. Riguarda soprattutto la responsabilità culturale di chi, allora, decise di trasformare quel materiale in un evento artistico.
Ricordiamoci che il giornale: La Repubblica, che in questi giorni lo ha attaccato, 11 anni fa lo difendeva.
Rileggere oggi i testi promozionali dell’epoca produce un effetto straniante. Ciò che oggi molti percepiscono come una documentazione ossessiva del corpo femminile veniva descritto come un raffinato progetto di street photography.
E vi assicuro, da laureanda in nuove tecnologie dell’arte, la street photography è ben altro.
Alcuni articoli sottolineavano il fascino dell’autore per le “bellezze in strada”, altri insistevano sul carattere poetico e spontaneo della ricerca. Il racconto prevalente era quello del flâneur contemporaneo, dell’osservatore urbano capace di cogliere la grazia della città attraverso i suoi passanti.
Mancava quasi del tutto una riflessione sul rapporto di potere implicito nelle immagini. Mancava la domanda più semplice: che cosa significa trasformare persone inconsapevoli in materia prima per un progetto artistico? E soprattutto: cosa accade quando il soggetto privilegiato di quello sguardo è quasi esclusivamente il corpo femminile?
La vicenda rivela un problema più ampio. Nel mondo dell’arte contemporanea esiste da tempo una tendenza a considerare trasgressivo tutto ciò che viola un confine. Ma non ogni violazione è automaticamente critica. Non ogni sconfinamento è ricerca. Talvolta la retorica della provocazione serve semplicemente a nobilitare pratiche che, fuori dal contesto artistico, verrebbero giudicate in modo molto diverso.
La domanda da porsi è a che scopo?
Il punto più interessante del caso Banhoff, infatti, non è Banhoff. È il coro di approvazioni che lo accompagnò. Curatori che parlarono di originalità. Giornalisti che raccontarono il progetto come un’operazione brillante. Addetti ai lavori che lessero in quelle immagini una riflessione sulla città e sul femminile. Per anni quasi nessuno sembrò interrogarsi seriamente sulla posizione delle persone fotografate.
Oggi, di fronte alla prospettiva di nuove esposizioni e alla riemersione pubblica di quel lavoro, emerge una domanda inevitabile: come è stato possibile che un progetto costruito su migliaia di fotografie scattate a donne ignare venisse accolto con tanto entusiasmo?
La risposta probabilmente non riguarda un singolo autore. Riguarda una cultura visiva che per lungo tempo ha considerato normale uno sguardo maschile invasivo purché rivestito del linguaggio dell’arte. Riguarda una critica che troppo spesso ha preferito discutere di estetica anziché di etica. Riguarda un sistema che ha premiato l’azzardo formale senza interrogarsi sulle sue conseguenze.
Se c’è una lezione da trarre da questa vicenda, non è quella della censura. È quella della responsabilità. L’arte non deve essere rassicurante. Ma nemmeno può pretendere di sottrarsi a ogni giudizio semplicemente invocando la propria natura artistica. Quando un’opera viene celebrata come geniale, è legittimo chiedersi non soltanto cosa mostra, ma anche quale sguardo legittima.
Ho sentito gente paragonare questo gesto alle foto di Martin Parr o di Vivian Maier, ma sta proprio lì la differenza, lo scopo, lo sguardo, il gesto che sta dietro una fotografia, che inevitabilmente traspare anche nella foto stessa.
Sia Martin Parr che Vivian Maier hanno scattato per strada, a sconosciuti, a soggetti ignoti, ma senza valicare il confine della violenza personale, senza invadere per “goliardia” la loro intimità.
Lo scopo delle loro fotografie era un racconto, una critica alla società, una grottesca rappresentazione della realtà.
Lo scopo di Banhoff, da lui stesso dichiarato, era fotografare le donne e mandarle in un gruppo whatsapp con i suoi amici.
Niente di artistico, niente di sensato.
Solo violenza e stupidità.
L’arte ha dei confini.
L’arte ha dei limiti.
L’arte ha un senso e uno scopo.
Undici anni dopo, il caso Banhoff sembra raccontare soprattutto questo: non il fallimento di un artista, ma quello di un intero sistema culturale incapace, per troppo tempo, di riconoscere la differenza tra osservare il mondo e appropriarsene.




