L’equilibrio nel Golfo si è spezzato di nuovo. Nelle ultime ore Teheran ha deciso di sbarrare lo Stretto di Hormuz “fino a nuovo ordine”, secondo quanto riferito dall’agenzia turca Anadolu. Un annuncio che è arrivato dopo un primo colpo d’avvertimento sparato contro un mercantile che avrebbe violato la rotta imposta dai Pasdaran.
Poco dopo, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica ha rivendicato un secondo attacco: un missile lanciato contro un’altra nave che tentava il transito. Axios, citando fonti di Washington, parla di danni gravi all’imbarcazione.
La risposta americana non si è fatta attendere. Il Pentagono ha autorizzato nuovi bombardamenti contro obiettivi iraniani. Su X il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha commentato secco: “L’Iran ha scelto la strada sbagliata. Ora ne paga il prezzo”, rilanciando il comunicato del Centcom sugli strike.
Nel comunicato trasmesso dalla tv di Stato e da Irna, i Pasdaran hanno anche rivendicato il lancio di missili verso una base statunitense in Qatar.
La “lista nera” e il nome di Meloni
A far precipitare ulteriormente la tensione è stato l’intervento di Mojtaba Khamenei. Il figlio della Guida Suprema ha giurato vendetta per la morte del padre, l’ayatollah Ali Khamenei, parlando di “volontà della nazione iraniana che dovrà essere portata a termine”.
Senza fare nomi diretti, ma in un articolo pubblicato dal quotidiano iraniano Hamshari sono comparsi i presunti responsabili: tutti ritratti con la tuta arancione da detenuti. Nella lista figurano Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz. E c’è anche Giorgia Meloni.
Per la premier italiana sono arrivate subito attestazioni di solidarietà trasversali.
Antonio Tajani: “Non si farà intimidire”.
Ignazio La Russa: “Piena vicinanza, è il momento di restare uniti su libertà e istituzioni”.
Matteo Salvini: “Chi attacca Meloni attacca l’Italia. Condanna ferma”.
Alessandro Giuli: “Colpire il Presidente del Consiglio significa colpire la Repubblica”.
Tra gli americani citati anche Marco Rubio e lo stesso Hegseth. Trump, dal canto suo, ha rilanciato su Truth: “Mille missili puntati sull’Iran se mi toccheranno. Gli ordini sono dati. L’esercito è pronto a radere al suolo ogni area”.
Curioso il dettaglio: nella lista non compaiono JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner, gli stessi con cui Teheran aveva trattato il memorandum of understanding di giugno.
Hormuz, il nodo dei negoziati
Lo Stretto è di fatto quasi paralizzato. Dopo che domenica scorsa l’Iran aveva già colpito tre navi, i colloqui tra Usa e Teheran, si sono arenati.
Washington ora chiede a Teheran una dichiarazione pubblica: corridoio centrale aperto e stop agli spari sulle imbarcazioni. È uno dei punti chiave dell’intesa di giugno che Trump ha venduto al Congresso come un successo diplomatico.
Secondo un funzionario Usa citato dai media, gli iraniani avrebbero ammesso l’errore sugli attacchi a Hormuz: “Abbiamo sbagliato. Continuiamo a parlare”. La condizione posta da Washington resta però una sola: nessuna “polvere” nucleare, altrimenti niente accordo.
A Washington cresce il pessimismo. Molti nell’amministrazione ritengono l’intesa sul nucleare ormai in salita. E se salterà, non è chiaro quale sia il “piano C”. Trump sembra aver accantonato la strategia “bastone e carota” per tornare a una linea di massima fermezza. Una scelta che preoccupa gli alleati del Golfo.
Dall’altra parte, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi replica: “Finora l’Iran ha rispettato gli impegni. Gli Stati Uniti no”.




