Le parole della figlia della Reggiani

«Per diciassette anni, in carcere a San Vittore, le uniche a prenderci cura di nostra madre siamo state io e mia sorella. Oggi vorremmo semplicemente occuparcene noi, senza altri in mezzo, per farle vivere in serenità gli anni che le restano». A parlare  a Corriere della Sera è Allegra Gucci, 44 anni, che aveva solo 14 anni quando suo padre, Maurizio Gucci, venne assassinato e sua madre, Patrizia Reggiani, fu poi condannata come mandante.

La sua vita e quella della sorella Alessandra è stata un susseguirsi di lutti, processi e lealtà complesse. «Il mio è il percorso di una donna che ha passato trent’anni a proteggere chi l’ha ferita di più», dice oggi Allegra, madre di due figli. Una fedeltà difficile, mai rinnegata: «Non abbiamo mai saltato una visita in carcere. Nonostante tutto, siamo sempre state lì per nostra madr. Non abbiamo mai smesso di credere nella sua innocenza. Il nostro è un legame complesso ma profondo, nonostante le sue fragilità».

E sul perdono: «Non è una parola, è un percorso. Mia madre non me lo ha mai chiesto, ma io voglio occuparmi di lei».

La scelta di restare accanto alla Reggiani nasce anche dalla consapevolezza della sua condizione: «La vedevamo come una donna ammalata: il tumore al cervello l’aveva trasformata, resa furiosa, fragile. Non l’ho mai idealizzata, ma questa vulnerabilità l’ha resa una preda».

Nel suo libro Allegra scrive di essere «figlia di un padre assassinato, una madre incarcerata e nipote di una str…», ricordando i 17 anni trascorsi tra Svizzera e Milano: «Eravamo incarcerate anche noi: due volte a settimana un’ora di colloquio, e giornate polverizzate».

I colloqui non erano sempre facili: «A volte era felice di vederci, altre erano insulti. È un amore faticoso, adulto: ti esponi e soffri, ma resti».

La detenzione della Reggiani, racconta Allegra, è stata punteggiata da episodi anche drammatici. «Una compagna di cella le uccise il furetto sedendocisi sopra. In cortile era diventata una mira, per questo le concessero orari separati. Ha tentato il suicidio, ed ero lì quando mi dissero che era in fin di vita».

Nonostante tutto, la dedizione non è mai venuta meno: «Abbiamo provveduto a lei per tutti i 17 anni di carcere, anche sul piano economico. Ci siamo messe tra lei e il mondo».

La rottura definitiva arriva nel 2021, quando le figlie denunciano presunte manipolazioni subite dalla madre da parte di persone che le si erano avvicinate. «Temevamo fosse manipolata. Una telefonata registrò la voce di Loredana Canò che la incitava a dichiararci guerra».

Poco dopo compare l’avvocato Daniele Pizzi. Il quadro si aggrava quando viene scoperta una polizza vita da 6 milioni di euro, con beneficiari appartenenti alla stessa cerchia. L’esposto porta alla condanna di Canò e Marco Chiesa per circonvenzione di incapace. «Il giudice tutelare dell’epoca è stato trasferito. L’istituto della tutela aveva fallito».

Il Tribunale ha respinto la richiesta delle sorelle di diventare amministratrici di sostegno. Ma Allegra insiste: «Ce ne occupiamo già. Ho studiato Giurisprudenza, ho le competenze e lo farei gratuitamente. Oggi all’amministratore vengono riconosciuti 220 mila euro l’anno».

La motivazione del rigetto? «Ci hanno detto che, essendo figlie di una madre “indegna”, non possiamo occuparcene. Ma l’amministrazione di sostegno nasce per favorire il ruolo dei familiari».