Le parole dell’attrice

Giuliana De Sio arriva a Bolzano portando con sé il peso e la complessità di una vita trascorsa in scena, segnata da ansia, perfezionismo e una costante lotta con sé stessa. Prima del debutto ne Il gabbiano di Cechov, diretto da Filippo Dini, racconta a Corriere della Sera,  come l’arte del recitare sia ormai per lei un impegno che consuma, fisicamente ed emotivamente. Nel nuovo allestimento interpreta Irina Arkadina, figura centrale della commedia: una madre anaffettiva, capace di ferire il figlio con parole che nessuna madre direbbe, e al tempo stesso una donna che vive dietro la maschera di una felicità ostentata e di un talento forse immaginato. In questa donna, spiega, si concentra il cuore del conflitto artistico e affettivo dell’opera.

Della visione registica emerge un Cechov cupo, quasi apocalittico: personaggi chiusi in rapporti sbilanciati, prigionieri di una gabbia emotiva, come in attesa di una catastrofe imminente. Dini, però, inserisce sprazzi di comicità che alleggeriscono la tensione di uno spettacolo dalla richiesta energetica enorme.

De Sio riconosce di aver sempre cercato sfide difficili, ma ammette che il perfezionismo la rende una compagna di lavoro severa, soprattutto quando incontra registi altrettanto esigenti: una combinazione che accresce aspettative impossibili da soddisfare e alimenta un costante senso di inadeguatezza, nonostante gli apprezzamenti del pubblico.

Racconta anche come i suoi personaggi “negativi” siano spesso accolti con affetto: un risultato che attribuisce al proprio umorismo, ai tempi comici e alla fragilità che inevitabilmente filtra attraverso la corazza, impedendole di trasformare quei ruoli in semplici caricature.

Con il passare degli anni, però, il rapporto con il corpo si è incrinato. L’attrice parla del timore dell’invecchiamento, dell’affaticamento, della memoria che non è più quella di una volta. Ogni sera, dice, il palco la mette alla prova come se fosse una malattia della vecchiaia, con l’ansia anticipatoria di un vuoto di memoria in agguato.

Il pensiero di ritirarsi dalle scene è ricorrente. La recitazione è diventata devastante e l’ansia, più forte con l’età, la espone continuamente al rischio di attacchi di panico. Non sa se ci voglia più coraggio a restare o ad abbandonare, ma crede che cambiare mestiere sarebbe impossibile senza doversi giustificare di continuo.

Nel ripercorrere il proprio cammino artistico ricorda di aver interpretato ruoli molto complessi fin da giovane, e come la naturalezza che tutti le riconoscono sia frutto di un lavoro estenuante: spogliarsi davanti al pubblico, farsi attraversare dal personaggio, è un processo che, dice, consuma.

Quarant’anni di psicanalisi non le hanno dato risposte definitive. Non si è mai interessata a fissare su carta la propria biografia, perché non sente di avere messaggi da lasciare: preferisce passare l’estate immersa nei copioni, chiedendo persino ai bagnini di ascoltarle le battute.

Infine, sorride amaramente pensando alla frase sul “circoletto della De Sio”. «Fagnani ha fatto della domanda sul “circoletto della De Sio”, una cosa detta forse 15 anni fa, una liturgia. Vado al bar e mi chiedono del circoletto. Un appello alla Fagnani: basta con questa frase, trovatene un’altra».