Ne ha parlato in una lunga intervista
Giovanni Floris si racconta come forse non ha mai fatto. L’occasione è l’uscita del suo libro «I fuori classe. Scegliamo: ignoranti o liberi?,» e ne ha parlato di questo ma anche di altro in una lunga chiacchierata con Aldo Cazzullo sulle pagine de il Corriere della Sera.
Molti dei padri e delle madri della Repubblica non avevano avuto la possibilità di studiare, eppure credevano profondamente nel valore dell’istruzione. È da questa contraddizione che parte il nuovo libro di Floris, pubblicato da Solferino.
Il giornalista ricorda le storie di Giuseppe Di Vittorio, costretto a lavorare nei campi dopo la morte del padre, di Achille Grandi, già praticante tipografo a undici anni, e di Teresa Noce, che grazie al proprio impegno riuscì a passare dall’ultima fila al primo banco. Una generazione che, pur avendo avuto un accesso limitato all’istruzione, ne aveva compreso l’importanza. Un principio che, secondo Floris, sembra oggi smarrito, come dimostrano anche gli auguri provocatori rivolti da Matteo Salvini ai maturandi nel 2022: «Pronti a copiare?».
Conduttore di DiMartedì su La7, Floris rivendica la propria indipendenza e il dovere di criticare ogni governo, da Renzi a Meloni. «Un talk show che dicesse “quanto è bravo il governo” non sarebbe visto neppure dagli elettori del governo», osserva. Quanto alle assenze degli esponenti della destra dal suo programma, sostiene che spesso siano proprio loro a non voler partecipare o a pretendere di scegliere gli ospiti: «È il giornalista che sceglie l’ospite, non viceversa».
Nel libro trova spazio anche il suo percorso professionale. Dopo la laurea alla Luiss, Floris aveva ricevuto un’offerta dall’Unione industriali e una dalla Banca di Roma, ma un sogno gli fece capire quale fosse la sua strada: diventare giornalista. Quando comunicò ai genitori che non avrebbe firmato il contratto, loro risposero: «Finalmente l’hai capito!». Il 2001, segnato dal matrimonio, dallo scudetto della Roma, dal G8 di Genova e dagli attentati dell’11 settembre, rappresentò poi uno spartiacque. Floris si trovava a New York per sostituire il corrispondente e, l’anno successivo, avrebbe iniziato l’avventura di Ballarò.
Guardando all’Italia di oggi, il conduttore parla di «un Paese incupito». Critica slogan come «remigrazione», «sostituzione etnica» e «pizzo di Stato», che considera formule perentorie ma prive di risposte concrete ai problemi. Anche Roberto Vannacci, a suo giudizio, ripropone posizioni già espresse da Giorgia Meloni: «Fratelli d’Italia 2.0».
In vista delle prossime elezioni, Floris invita a non dare per scontata una nuova vittoria della premier. Il malcontento di camionisti, agricoltori e studenti, sostiene, racconta un Paese stanco, mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte non vanno sottovalutati. La campagna elettorale, però, rischia di concentrarsi più sulle identità che sui programmi. È quanto accaduto, secondo il giornalista, con il celebre discorso di Meloni — «Sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana» — che avrebbe delegato alla propria identità personale il contenuto della proposta politica. Una strategia che, in assenza di risultati soddisfacenti, potrebbe tornare al centro della prossima campagna elettorale.
Il cuore del libro resta comunque la scuola. Per Floris, l’istruzione deve essere una priorità nazionale, sostenuta da maggiori investimenti e da una maggiore libertà educativa. «La scuola, e non certo le armi, è la priorità», afferma, mettendo in guardia dal rischio di «diventare un popolo di ignoranti armati». Critica inoltre le limitazioni all’educazione affettiva e sessuale, ritenendo paradossale che un quattordicenne possa essere responsabile delle proprie azioni anche davanti alla giustizia, ma non scegliere autonomamente di frequentare un corso sul rispetto e sulla sessualità.
Floris riflette anche sul ruolo della cultura nella democrazia, mettendo in guardia dai leader che trasformano la politica in spettacolo e dagli autocrati che esaltano l’ignoranza per indebolire il senso critico dei cittadini. La cultura, sottolinea, non coincide con una laurea o con la capacità di citare Proust in francese: appartiene a tutti, anche attraverso le esperienze quotidiane. La vera domanda è quale cultura vogliamo e in quale mondo desideriamo far crescere le nuove generazioni.




