Giovanni Brusca, l’uomo che azionò il telecomando ella strage di Capaci del 23 maggio 1992 è tornato libero

Giovanni Brusca è uno dei nomi più discussi, controversi e simbolici della storia della mafia siciliana. A lui si legano alcuni dei delitti più efferati compiuti da Cosa Nostra negli anni più bui della guerra tra Stato e mafia. Brusca è noto soprattutto per il suo ruolo nella strage di Capaci del 23 maggio 1992. Fu lui ad azionare il telecomando che fece esplodere 500 kg di tritolo sotto l’autostrada A29, uccidendo il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. È per questo gesto che i media lo soprannominarono “il killer di Capaci”, ma il suo curriculum criminale è ben più lungo e macabro.

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Le parole di Maria Falcone

Brusca è accusato di aver partecipato a oltre 100 omicidi. Tra questi, uno dei più orrendi fu il sequestro e l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito. Il bambino, allora 12enne, fu tenuto prigioniero per oltre due anni e infine strangolato e sciolto nell’acido nel 1996, per punire il padre collaboratore. Per anni latitante, Brusca fu arrestato nel maggio 1996. Nel 2021, dopo aver scontato 25 anni di carcere, Brusca è stato rilasciato per fine pena. A seguito della scarcerazione, Brusca è stato sottoposto a un periodo di libertà vigilata di quattro anni, conclusosi nel giugno 2025.

Maria Falcone stando a quanto riporta l’ANSA ha dichiarato: “Come cittadina e come sorella, non posso nascondere il dolore e la profonda amarezza che questo momento inevitabilmente riapre. Ma come donna delle Istituzioni sento anche il dovere di affermare con forza che questa è la legge. Una legge, quella sui collaboratori di giustizia, voluta da Giovanni, e ritenuta indispensabile per scardinare le organizzazioni mafiose dall’interno […]”. 

Inoltre Maria Falcone ha aggiunto:

“Il mio giudizio personale, come sorella di Giovanni Falcone oggi rimane distinto da quello istituzionale. Brusca è autore di crimini orrendi, come il rapimento e l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito, che fu tenuto prigioniero per 779 giorni e poi strangolato e sciolto nell’acido e non trovo parole per esprimere il mio dolore e rabbia personale che altrettanto e ancora più grande sarà da chi ha subito questi orrori. Ma proprio per questo, oggi rinnovo il mio impegno, e quello della Fondazione che porta il nome di Giovanni, a continuare a lavorare per il rispetto della legge, fondamento della nostra democrazia”.