È morto a 92 anni il grande fotografo modenese. Per oltre sessant’anni ha trasformato il paesaggio in una grammatica di colori, linee e silenzi, facendo della fotografia non la registrazione del mondo, ma la sua reinvenzione.
Ci sono fotografi che hanno raccontato il mondo e altri che, fotografandolo, lo hanno cambiato. Franco Fontana apparteneva alla seconda categoria.
È morto a Modena, la sua città, a 92 anni. Se ne va uno dei grandi maestri della fotografia italiana del Novecento, ma soprattutto se ne va un artista che ha avuto il coraggio di compiere, nella fotografia, un gesto apparentemente semplice e in realtà radicale: credere nel colore.
Quando Fontana cominciò a imporsi, il bianco e nero rappresentava ancora, nell’immaginario della fotografia d’autore, una sorta di lingua nobile. Il colore sembrava appartenere alla pubblicità, alla fotografia amatoriale, alla cronaca delle vacanze. Fontana decise che non era così. E non si limitò a fotografare a colori: fece del colore una struttura del pensiero.
Il rosso di un campo, il blu del cielo, il verde di una collina, una strada che taglia l’immagine, una figura umana ridotta quasi a una presenza astratta. Nelle sue fotografie il paesaggio smette progressivamente di essere un luogo riconoscibile e diventa una composizione. La realtà resta lì, davanti all’obiettivo, ma Fontana la costringe a cambiare natura.
Non fotografava ciò che vedeva: fotografava ciò che sentiva.
Era questa, forse, la sua rivoluzione più profonda.
Nato a Cognento, alle porte di Modena, il 9 dicembre 1933, Fontana arrivò alla fotografia da autodidatta. La sua ricerca prese forma negli anni Sessanta e trovò presto una direzione precisa: semplificare, sottrarre, isolare.
Il suo sguardo non aveva bisogno di accumulare dettagli. Al contrario, cercava il momento in cui il mondo poteva essere ridotto all’essenziale.
È così che i paesaggi diventano campiture. Le colline si trasformano in fasce di colore. Le strade diventano linee. Gli edifici, volumi. Le automobili, figure geometriche. L’orizzonte non separa più semplicemente cielo e terra, ma diventa una soglia grafica.
In questa apparente semplicità c’era una complessa idea della fotografia: l’immagine non doveva necessariamente spiegare la realtà, poteva reinterpretarla.
Fontana guardava il paesaggio come un pittore astratto, ma senza smettere di essere fotografo. Era una tensione che attraversava tutta la sua opera: da una parte il mondo concreto, dall’altra la sua trasformazione in pura forma.
La fotografia, nelle sue mani, diventava quasi una forma di pittura senza pennello.
La grandezza di Fontana sta anche nell’aver capito molto presto che il colore non è un ornamento dell’immagine. È l’immagine.
Rosso, giallo, blu, verde: nelle sue fotografie i colori non servono soltanto a rendere più riconoscibile un luogo. Ne determinano l’equilibrio, il ritmo, la tensione emotiva.
È una differenza fondamentale.
Un prato verde non è più semplicemente un prato verde. È una superficie. Un cielo blu non è soltanto il cielo: è uno spazio mentale. Una strada vuota può diventare una diagonale che attraversa la fotografia come un segno su una tela.
Fontana ha così contribuito a liberare la fotografia italiana dall’idea che per essere seria dovesse necessariamente essere austera. Ha dimostrato che il colore poteva essere concettuale, rigoroso, poetico.
E soprattutto poteva essere emozione.
La sua consacrazione internazionale arrivò progressivamente, fino alla partecipazione alla Photokina di Colonia nel 1974 e alla pubblicazione di Skyline nel 1978, opere che contribuirono a imporre il suo linguaggio sulla scena internazionale.
Ridurre Fontana alla definizione di “maestro del colore”, per quanto appropriata, sarebbe però ingiusto.
Nel corso della sua lunga carriera ha fotografato paesaggi, città, architetture, corpi, ombre, strade. Ha lavorato sulla presenza e sull’assenza, sulla figura umana, sulla luce americana, sull’immagine urbana. Ha attraversato anche la fotografia pubblicitaria e il mondo editoriale, collaborando con testate internazionali e firmando campagne per grandi marchi.
Ha attraversato anche la trasformazione tecnologica della fotografia, arrivando a confrontarsi con l’elaborazione digitale senza rinunciare ai principi che avevano guidato la sua ricerca: colore, composizione, geometria, percezione.
Era questa la sua straordinaria coerenza. Fontana poteva cambiare strumento, soggetto, formato, persino tecnica, ma continuava a cercare la stessa cosa: il punto esatto in cui la realtà smette di essere realtà e diventa immagine.
Il suo successo non fu soltanto italiano.
Le fotografie di Fontana sono entrate nelle collezioni di oltre cinquanta musei nel mondo. Ha esposto in centinaia di mostre e a lui sono stati dedicati più di settanta libri. Il suo lavoro ha raggiunto istituzioni e pubblici internazionali, da New York a Parigi, da Tokyo ad Amsterdam.
Eppure il legame con Modena non si è mai spezzato.
È significativo che sia stata proprio la città in cui era nato a ospitare alcune delle tappe importanti della sua storia e che una parte consistente della sua memoria artistica sia rimasta legata alle istituzioni modenesi. Fontana aveva donato alla città e alla Galleria Civica un importante fondo di opere, contribuendo a costruire un patrimonio che racconta non soltanto il suo lavoro, ma anche una parte della storia della fotografia contemporanea.
Da Modena partì un fotografo autodidatta. Da Modena, ora, torna alla memoria un artista conosciuto in tutto il mondo.
La morte di un grande fotografo pone sempre una domanda: cosa rimane quando non ci sarà più chi ha scattato quelle immagini?
Nel caso di Fontana, la risposta è davanti ai nostri occhi.
Rimangono i colori impossibili da dimenticare. Rimangono quelle linee nette, quei paesaggi sospesi, quelle geometrie che sembrano appartenere contemporaneamente alla natura e all’astrazione. Rimane una lezione che va oltre la tecnica fotografica: guardare non significa necessariamente vedere di più. A volte significa togliere tutto ciò che è superfluo.
Fontana ci ha insegnato che un’immagine può nascere da un campo, da una strada, da un’automobile, da una figura che attraversa una piazza. Ma ci ha insegnato anche che il fotografo non è un semplice testimone.
È qualcuno che sceglie.
Sceglie cosa lasciare dentro l’inquadratura e cosa escludere. Sceglie una luce, una distanza, un colore. Sceglie il momento in cui il mondo, per un istante, può assumere una forma diversa.
Forse è questo il lascito più importante di Franco Fontana.
Non averci insegnato semplicemente a fotografare a colori, ma ad avere un altro sguardo sul colore.
Da oggi le sue fotografie appartengono ancora più profondamente alla storia. Ma continuano a fare ciò che hanno sempre fatto: davanti a un’immagine di Fontana, per qualche secondo, il mondo reale sembra diventare più semplice, più silenzioso, più geometrico.
E incredibilmente più vivo.




