In questi giorni si vocifera di un cambiamento che avverrà a Roma, che fa storcere il naso, da tutti i punti vista: parliamo della Fontana di Trevi.

C’è qualcosa di profondamente stonato nell’idea di mettere a pagamento, probabilmente dal 7 gennaio, la visita alla Fontana di Trevi.

Non si tratta solo di una questione di pochi euro o di gestione dei flussi turistici, ma di una scelta che tocca il cuore stesso di ciò che intendiamo per bene pubblico e per patrimonio culturale.

La Fontana di Trevi è un sito archeologico, renderla un potenziale museo a cielo aperto perde tutta la sua unicità.

È una piazza, è una strada, è un simbolo vivo della città e della sua storia, parte integrante dello spazio urbano e dell’identità collettiva.

Trasformare l’accesso a un luogo come questo in un servizio a pagamento significa compiere un passaggio pericoloso, ovvero rendere di fatto privato ciò che è sempre stato di tutti.

Ed è questo il punto cruciale.

È una privatizzazione silenziosa, mascherata da esigenza organizzativa o da necessità di far fronte ai costi di manutenzione, ma che nella sostanza introduce un principio inquietante, il patrimonio comune diventa qualcosa a cui si accede solo pagando.

Oggi la Fontana di Trevi, domani cos’altro? Una piazza, un panorama, un monumento che da secoli appartiene allo sguardo libero di chiunque passi?

Quello che da anni vediamo all’estero lo faranno anche da noi?

Noi abbiamo la fortuna di essere un paese pieno di arte, di ricchezza, e tutta fruibile camminando gratuitamente.

Roma, Venezia, Firenze, Verona, Napoli, Palermo, e potremmo andare avanti all’infinito.

Il paradosso è che a rimetterci non saranno soltanto i turisti, spesso accusati di essere la causa di ogni problema, ma soprattutto gli italiani.

Nonostante siamo una grande fonte per noi.

A rimetterci maggiormente però, saranno i cittadini che già contribuiscono al mantenimento del patrimonio culturale attraverso le tasse e che dovrebbero avere il diritto, semplice e non mediato dal portafoglio, di vedere e vivere i luoghi simbolo del proprio Paese.

Dover pagare un biglietto per fermarsi davanti alla Fontana di Trevi significa introdurre una barriera, anche simbolica, tra le persone e la loro storia. Significa dire che quel luogo non è più uno spazio quotidiano, ma un prodotto.

Dietro questa scelta si avverte chiaramente il tentativo di battere cassa in ogni modo possibile, sfruttando il richiamo mondiale di Roma come se fosse una miniera da spremere fino all’ultimo centesimo.

È una logica miope, che guarda all’incasso immediato senza interrogarsi sulle conseguenze culturali e sociali.

I dubbi della gente sono molti, e anche i miei, chi controllerà gli accessi? Che fine farà la spontaneità di uno dei luoghi più iconici al mondo?

Non si rischia di creare una città a pagamento, dove tutto è monetizzato e nulla è più davvero pubblico? Sono perplessità legittime, condivisibili, che nascono dal timore di vedere Roma trasformata in un parco a tema anziché tutelata come città viva.

Il patrimonio culturale non è una merce qualsiasi. Non può essere gestito solo con il linguaggio del profitto e dei biglietti venduti.

Esistono alternative per tutelare i luoghi, per gestire i flussi, per educare al rispetto senza snaturare l’essenza degli spazi pubblici. Far pagare l’accesso alla Fontana di Trevi, invece, manda un messaggio chiaro e sbagliato: che la bellezza, se non produce incasso diretto, non ha diritto di esistere liberamente.

Ed è un messaggio che una città come Roma, e un Paese come l’Italia, non dovrebbero mai accettare.

Ma purtroppo ci siamo caduti anche noi.