
Il presidente del Forum Italiano dell’Export: «Il +4,5% in valore diventa +0,7% in volume. Negli Usa il Made in Italy delle piccole imprese perde l’8,3%»
«Non contesto al ministro Urso i numeri dell’export. Chiedo semplicemente di leggerli tutti». Lorenzo Zurino, presidente del Forum Italiano dell’Export, replica alle dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso a La Piazza – Il Bene Comune di Ceglie Messapica.
Il dato generale è positivo: nel primo semestre 2026 l’export italiano è cresciuto del 4,5% in valore, raggiungendo 337,2 miliardi di euro. Ma in volume l’aumento è stato appena dello 0,7%. Una differenza che, secondo Zurino, impone una lettura più articolata della performance italiana.
A trainare la crescita sono stati soprattutto metalli e prodotti in metallo (+28,9%), prodotti petroliferi raffinati (+23,3%) e autoveicoli (+8,3%). E anche nella manifattura il dato complessivo nasconde forti differenze: secondo Confartigianato, nei primi cinque mesi dell’anno il +3,4% dell’export manifatturiero scende a -0,1% escludendo metalli e prodotti in metallo.
Ancora più significativo il quadro negli Stati Uniti. Nel primo semestre l’export italiano cresce del 2%, ma nell’analisi relativa ai dieci mesi tra agosto 2025 e maggio 2026 l’export manifatturiero verso gli Usa aumenta del 2,9%, mentre al netto della farmaceutica registra un -1,3%. Nei settori dove è maggiore la presenza di micro e piccole imprese – alimentare, moda, legno-arredo, gioielleria, occhialeria e altri – la flessione arriva all’8,3%.
«Il +2% americano e il -8,3% delle produzioni a maggiore presenza di micro e piccole imprese possono essere contemporaneamente veri», osserva Zurino. «Proprio per questo il primo numero non può cancellare politicamente il secondo».
Il presidente del Forum Italiano dell’Export invita quindi a una lettura meno concentrata sulle medie nazionali: «Una parte dell’Italia produttiva cresce e compete sui mercati internazionali. Un’altra sta difendendo quote di mercato e marginalità».
E sul futuro indica una direzione precisa: «Se vogliamo proteggere il Made in Italy dobbiamo consolidare la presenza negli Stati Uniti e, allo stesso tempo, accelerare la diversificazione verso nuove geografie della domanda. Un Paese esportatore è forte quando non dipende eccessivamente da un singolo mercato».




