Quando muore un grande artista, che sia in ambito musicale, nel cinema o in qualsiasi campo creativo, viene omaggiato, repostato e celebrato ovunque, giustamente.

Quando muore una grande donna, purtroppo succede più raramente, forse per maggiore ignoranza nei confronti delle donne, le donne da sempre sono state snobbate, sottovalutate e messe in un angolo, e Valie Export, è stata la rappresentazione perfetta di questa dinamica.

 

Una donna con la D maiuscola e un’artista con la A maiuscola, che si è sempre fatta in quattro per l’uguaglianza delle donne nel mondo dell’arte.

Eppure, da poco è venuta a mancare, e non ne ha parlato quasi nessuno.

 

La morte di Valie Export, è avvenuta a Vienna all’età di 85 anni, pochi giorni prima del suo 86esimo compleanno.

Il mondo dell’arte perde una delle sue figure più radicali, coraggiose e decisive, senza dubbio. Non soltanto una performer, una filmmaker o una teorica femminista, VALIE EXPORT è stata un terremoto culturale. Una donna che ha trasformato il proprio corpo in linguaggio politico, in spazio di conflitto, in atto di resistenza contro lo sguardo patriarcale e contro ogni forma di controllo sociale sul femminile.

 

Nata a Linz nel 1940 come Waltraud Lehner, scelse nel 1967 di rinascere artisticamente con un nome nuovo, VALIE EXPORT, scritto rigorosamente in maiuscolo, come un marchio, un manifesto, una dichiarazione di indipendenza. Rifiutò il cognome del padre e quello del marito, rigettando simbolicamente l’identità assegnata alle donne dalla tradizione patriarcale. Anche il nome diventò così un gesto artistico e politico.

 

Negli Anni Sessanta e Settanta, in un’Europa ancora profondamente conservatrice, EXPORT portò il corpo femminile fuori dalla rappresentazione passiva per renderlo soggetto attivo, aggressivo, pensante. Le sue performance scandalizzarono il pubblico perché rompevano ogni convenzione: non cercavano la provocazione fine a sé stessa, ma volevano costringere la società a guardare ciò che aveva sempre rimosso.

 

Opere come Tapp und Tastkino del 1968, il celebre “cinema da toccare”, in cui i passanti erano invitati a infilare le mani dentro una scatola indossata sul suo petto, ribaltavano il rapporto tra spettatore e donna-oggetto. Lo sguardo maschile, normalmente protetto dalla distanza dello schermo cinematografico, veniva improvvisamente smascherato e messo sotto accusa. Con Aktionshose: Genitalpanik del 1969, in cui si presentò in un cinema con i pantaloni aperti all’altezza del pube, EXPORT trasformò il corpo femminile in un campo di battaglia politico.

 

Per questo viene considerata una delle madri della body art e dell’arte femminista contemporanea. Prima ancora che questi linguaggi fossero riconosciuti dalle istituzioni, VALIE EXPORT aveva già capito che il corpo non era solo materia biologica, ma territorio culturale, sociale e ideologico. Le sue azioni hanno aperto la strada a generazioni di artiste che hanno lavorato sul genere, sull’identità, sulla sessualità e sulla rappresentazione del sé.

 

Ma ridurla alla sola provocazione sarebbe un errore. EXPORT è stata anche una pioniera della media art, del cinema sperimentale e del video. La sua ricerca ha attraversato fotografia, installazione, teoria e performance con una lucidità rara, mantenendo sempre una straordinaria coerenza politica e intellettuale. La sua arte non cercava mai il consenso: cercava di destabilizzare, di mettere in crisi, di obbligare il pubblico a prendere posizione.

 

La sua morte rappresenta una perdita enorme non solo per il mondo dell’arte contemporanea, ma per tutta la cultura europea. In un’epoca in cui molte battaglie femministe vengono ancora messe in discussione, la voce di VALIE EXPORT rimane necessaria, viva, bruciante. La sua opera continua a ricordarci che il corpo è memoria, potere, conflitto; e che l’arte, quando è davvero radicale, non consola, ma cambia il modo in cui guardiamo il mondo.

Io, da studentessa di arte, e da aspirante artista, non posso che esserle grata e dedicarle un ricordo, come è giusto che meriti, nella speranza che il suo nome venga ancora ricordato a secoli di distanza.