Pier Ferdinando Casini pronto a non candidarsi dopo 44 anni di rinnovato impegno politico. Sui social l’annuncio, iniziando a contare dal 12 luglio 1983 . Quarantatré anni e mezzo di onore altissimo, come lo definisce lui stesso, al servizio della Repubblica e di Bologna, la sua città. Prima nei banchi di Montecitorio come deputato, poi in quelli di Palazzo Madama come senatore.
Lo scrive lui, in un post affidato a Instagram che è insieme un bilancio e un congedo. Dice di aver attraversato tante fasi della storia nazionale, pagine luminose e anche alcune dolorose per la comunità italiana. Di essere stato un osservatore privilegiato dei grandi cambiamenti del mondo e dell’Europa. Di aver incontrato decine di figure che hanno segnato la vita del Paese.
Un percorso, racconta, vissuto con passione, provando a rimanere fedele a quei principi di responsabilità e onestà ereditati dai genitori. “È stato bello ma anche difficile”, confessa con una sincerità rara per un politico della sua generazione.
Poi il passaggio politico più significativo. Negli ultimi dieci anni, ricorda, è stato il centrosinistra a sostenerlo con generosità, eleggendolo come senatore indipendente. Una fiducia di cui si dice “veramente grato”.
Ma proprio alla vigilia di una stagione elettorale che si annuncia – sono parole sue – lunga e complicata, la sua riflessione è netta: i tempi che cambiano reclamano figure più in sintonia con le forze politiche che si presenteranno al giudizio degli elettori.
Da qui la conclusione, secca, senza giri di parole: “È giusto che il mio cammino si fermi qui. Grazie a quanti hanno ripagato il mio impegno con affetto e generosità oltre ogni aspettativa”.
Non è un addio amaro. È il passo indietro misurato dell’uomo delle istituzioni. Colui che è stato deputato Dc nel 1983, fondatore del Ccd con Berlusconi nel 1994, presidente della Camera dal 2001 al 2006, leader dell’Udc, e infine senatore eletto con il Pd.
Casini non si ricandida ma non lascia la politica. Si mette, come da tradizione democristiana, in quella posizione defilata e strategica che a Roma chiamano “riserva della Repubblica”. Lontano dalla mischia, più vicino al Colle. Perché come ha sempre detto, al Quirinale non ci si candida. Ci si viene eletti.




