Ormai sta diventando una specie di mantra. Una di quelle frasi che ripeti senza quasi far caso al significato di ogni singola parola, e anche al significato che quelle singole parole vanno a comporre nel momento che si trovano in quella specifica sequenza. Più un refrain di quelli che canticchi in automatico, magari anche saltando o sbagliando qualcosa, tanto è quel refrain lì, tutti sanno cosa stai cantando a prescindere. Gli scioperi dei mezzi pubblici arrivano sempre di venerdì. E arrivano sempre di venerdì perché così gli scioperanti fanno il weekend lungo. Questo ripete il mantra, e noi con lui. Come se i mezzi pubblici non andassero in strada o rotaia o quel che è anche di sabato e di domenica. Come se lo sciopero fosse un ponte lungo, parole della nostra presidente del consiglio, e non una manifestazione di consenso che preveda appunto disagio per la comunità, e che comunque comporti la decurtazione dello stipendio per le ore che lo sciopero contempla, per altro chi sciopera in genere lo fa perché ha un contratto fermo da anni, quindi per lamentare stipendi troppo poveri, stipendi che il mese successivo saranno ancora più poveri anche in virtù di quello sciopero.
Lo dico mentre sto salmodiando in auto, imbottigliato dentro il traffico dovuto anche allo sciopero dei mezzi. Quando c’è lo sciopero, in uno dei tanti venerdì che lungo l’anno vede chi lavora nei mezzi pubblici scendere più o meno metaforicamente in piazza, succede sempre così. Alla fine magari i mezzi ci sarebbero pure, ma lo scopri troppo tardi, quindi sei lì in auto insieme a tutti gli altri, che come te sono ricorsi alla propria auto, finendo per lasciare i mezzi pubblici funzionanti e vuoti, e con te che stai lì in auto, fermo in coda per ore e ore. Non una bella condizione, lo dico ora che sono passati giorni, quindi il nervoso è passato e posso permettermi di filosofeggiare, mi aveste sentito esattamente nel mezzo di quel venerdì, fidatevi di chi in fondo sta qui proprio per raccontarvi una storia, avreste avuto un’altra percezione dell’io narrante. Io narrante che non solo si è lamentato del traffico, di tutte quelle auto in coda con dentro un solo utente, in barba alla sostenibilità ambientale, anche io ero ovviamente solo in auto, ci mancherebbe altro, ma pure dei lavoratori che scioperavano di venerdì, ovviamente, del governo che non rinnova i contratti dei lavoratori, di Beppe Sala, che nello specifico non c’entra niente ma ha sempre colpe pregresse per meritare strali, la mente a risalire al momento subito successivo al Covid quando, per salvare i bar del centro, rimasti vuoti per lo smart working, il sindaco ha deciso di riportare tutti gli impiegati comunali in presenza, alla faccia della volontà di incidere il meno possibile sull’inquinamento riducendo a zero spostamenti e sprechi come riscaldamenti e luce elettrica, e alla faccia del tutto a portata di quindici minuti, campagna che il Comune di Milano ha portato avanti per spingere la gente a vivere con entusiasmo anche il proprio essere periferici, periferici sì, ma a lavorare in centro, lì a mangiare panini di plastica a dodici euro l’uno. Insomma, sempre per rimanere in ambito baristico, il solito. Solito che ovviamente contempla anche tutta quella serie di sguardi cattivi, da predatore, rivolti agli altri automobilisti, parole indicibili in altro contesto, auguri mortali fatti non per quella consapevolezza da narratori, del resto li fanno un po’ tutti, che sanno che certe parole sono del tutto scollegate dalla realtà, se auguri a chi ti taglia la strada di morire male non è che zac, il tipo, quando sei in auto ti verrà sicuramente da dire “più spesso la tipa”, morirà subito e male, quanto piuttosto per una bestialità che quello che in fondo è un simbolo proprio di come l’uomo bestia non sia, in grado di concepire uno strumento in grado di farti correre veloce e coprire distante altrimenti incopribili, noi animali assai poco dotati sotto il profilo fisico, certo a loro volta colpevoli di aver resto questo nostro pianeta Terra assai meno vivibile, piccoli ma dannosi, riesce a scatenare con una naturalezza, sì, automobile e naturalezza nella stessa frase, di più, nello stesso concetto, altrimenti impensabile. Di questo, non solo di questo, ma anche di questo, parla una canzone molto bella, presente in un disco molto bello, Automobilisti la canzone, È così il titolo dell’album, non bastasse la fatica dello stare in coda anche quella di star lì a premere Maiuscola+F3 per rendere l’è minuscolo È, Stragà il nome dell’artista che quella canzone e quell’album ha scritto e interpretato, artista quasi mio coetaneo, divenuto molto famoso una venticinquina di anni fa e passa per la canzone L’astronauta, divenuta una hit, e ancora qui a lottare tra noi, non tra noi imbottigliati in auto, lo so per certo, tra noi umani che provano a tirare avanti dando a questo tirare avanti un senso. So che lui, Stragà, che all’anagrafe di nome fa Federico, non è tra noi automobilisti, perché mi starebbe aspettando nell’ufficio del suo ufficio stampa, dove io, in effetti, dovrei essere, non ci fosse lo sciopero e quindi il traffico e quindi la coda, coda che mi impedirà di arrivarci, è un fatto, ragion per cui mi dovrò fermare, un parcheggio di un MediaWorld a arrivarmi in aiuto, per poter fare una lunga chiacchierata in santa pace senza che altri automobilisti sull’orlo di una crisi di nervi, come me, mi mandino legittimamente a cagare, qualcuno augurandomi anche la morte, sempre conscio che la morte non arriverà certo per questo augurio, io a augurarmi che non arriverà comunque troppo presto, che ho ancora parecchie cose da fare.
Un gran bel disco, quello di Stragà, artista che ho seguito nel tempo senza mai conoscere di persona, fatto che evidentemente non troverà oggi sulla sua strada un cambiamento epocale, perché nonostante io sia tra quanti ritengono che anche solo scambiarsi commenti sui social equivalga oggi come oggi a conoscere qualcuno, figuriamoci parlarci per un’ora al telefono mentre sei seduto in auto, ancora con la cintura di sicurezza, vai poi a capire perché, la voce capace di infliggere alle parole pesanti sfumature che la parola scritta con più difficoltà riuscirebbe a portare, ecco, nonostante questo non riesco a pensare, ora, qui, che un’ora di chiacchierata significhi conoscere qualcuno di persona, nonostante in quest’ora si parli di tante cose, anche personali, perché l’album, ci arrivo, parla proprio di cose personali, con anche svisate fuori dall’album, le sue origini anconetane, Stragà mi legge, me lo ha detto a inizio telefonata, rimpiangendo il non esserci riusciti a vedere, ma lo ha fatto ancor più andando a dirmi che, nonostante parlassi milanese, sapeva io fossi di Ancona, come suo nonno, un nonno con il quale ha avuto poco modo di interagire. Quella frase iniziale, “nonostante tu parli milanese”, detta oggi, mentre sto qui in un parcheggio di fronte a un MediaWorld, dopo ore passate imbottigliato in auto, la carogna appoggiata sulla spalla come la scimmia su quelle di un giovane William S. Burroughs ancora eroinomane, una frase che chiunque, specie qualcuno che mi conosce per avermi letto, non per avermi conosciuto di persona, è il nostro caso, avrebbe dovuto evitare, perché non credo ci sia nulla oggi, tranne forse il darmi del dipendente dell’azienda locali di trasporto, o peggio della presidente del consiglio, che mi possa sulla carta mandare ai matti, fatto che però, lo giuro, non mi manda ai matti proprio per la spontaneità con cui il tutto mi viene detto, come un bambino che, ingenuamente, arriva verso un pitbull, quando sono in auto un pitbull lo sbranerei senza problemi, e gli dà un buffetto sulla guancia, inconsapevole di quanto va rischiando. Questo tema qui, l’essere di fronte agli altri senza avere una chiara percezione di come in genere gli altri stanno di fronte a altri ancora, è in fondo il tema affrontato nel brano eponimo, non ripeto il titolo per scansare la fatica di dover star qui di nuovo a digitare è e poi evidenziarlo e premere Maiuscolo+F3, anzi sì, va, È così, canzone che Stragà, uso il cognome non per tenere eventuali distanze, è impossibile tenere le distanze con chi in fondo quelle distanze le abbatte con l’arte, instaurando prima un rapporto diretto con le tue emozioni attraverso le proprie parole, le proprie melodie, le proprie armonie, la propria voce, poi parlandoti al telefono come se ti conoscesse da sempre, e in fondo, io a ascoltarlo, lui a leggermi, giuro che mentre sto scrivendo, proprio ora, non sono neanche le otto di mattina di un giorno lavorativo della settimana successiva alla chiacchierata che, potrebbe non sembrare, ma vi sto già raccontando, dalla porta finestra della sala dove mi trovo, affacciata su un balcone a sua volta affacciato su una piazza che costeggia quella che a Milano chiamerebbero arteria, qui a Milano hanno una concezione di Milano stessa come fosse un essere umano, e le strade importanti le chiamano come fossero lì a pompare sangue verso il centro, cuore pulsante di quella che viene ritenuta, buffamente, non solo la capitale economica della nazione, ma anche la famosa sola città italiana con una visione e una levatura europea, proprio ora, dicevo, dalla porta finestra della sala dove mi trovo, affacciata su un balcone a sua volta affacciato su una piazza che costeggia quella che a Milano chiamerebbero arteria arrivano le urla di un tizio, sono corso a vedere e si tratta di tizio che cammina a piedi, costeggiando vai a capire perché il marciapiede lungo l’asfalto della strada, invece di camminarci sopra, arrivano le urla di un tizio che ha appena mandato a fanculo un automobilista, Automobilisti di Stragà parla di automobilisti e di come in auto si dia vita a una serie di interconnessioni con gli altri singolari, i sorrisi che si scambiano con chi ci dà non tenuto a farlo la precedenza, gli auguri brutti a chi invece ci taglia la strada, in questo la voce di Fabio Concato, a fianco alla sua, ospite del featuring decisamente meno alla moda possibile, è perfetta, lui che cantava Guido piano e 051/222525, canzone dedicata al Telefono Azzurro e che partiva da lui, Fabio Concato, imbottigliato nel traffico, il tizio, giù di sotto, sta anche dicendo “vaffanculo lo dici a tua madre”, evidentemente l’automobilista cui ha precedentemente rivolto i suoi insulti gli ha risposto per le rime, così del resto andrebbe fatto, cosa meglio di una frase con così tante relative come questa per rendere l’idea di un ingorgo, di una coda nel traffico, di un nervosismo montante. È così, dicevo, è una canzone capace di abbattere muri, per quella sua semplicità melodica, certo, ma anche per un testo, quello solo in apparenza semplice, che Stragà ha scritto facendo proprie le parole di suo fratello maggiore, scomparso da qualche anno, un fratello maggiore speciale, con tutta una serie di sue particolarità, fissazioni, tenerezze, un modo di stare al mondo cui oggi darebbero un nome scientifico preciso, ma che per lui, Federico, e la sua famiglia era solo il modo di stare al mondo di suo fratello maggiore, uno che anche se ti aveva visto per la prima volta solo qualche secondo prima ti avrebbe chiesto senza filtri, “Ma muori pure tu?”, la meraviglia anche dolorosa per aver scoperto, a un certo punto, il lutto e la morte esternato così, senza star lì a girarci troppo intorno, le risposte pudiche e anche sorprese dei suoi interlocutori che spesso finivano in un imbarazzato “Sì, certo, è così”, refrain poi divenuto consueto nel suo lessico, vedi tu a volte quanto ci vuole poco a raccontare la morte, specie quando a raccontarla è qualcun altro. Una grande canzone, in apparenza semplice, quindi piccola, capace di creare intorno a se un’attenzione importante, le belle canzoni riescono a fare comunità, a prescindere dai numeri, non ho infatti usato la parola hype, orribile, intorno alla quale Stragà ha costruito un album, stavolta tutto scritto da lui, lui che prima era interprete e ora cantautore, ricordo l’effetto che ai tempi mi aveva fatto leggere il nome di Marco Franzoso, scrittore che conoscevo in un passato passato, quando pensavo che nella vita avrei fatto il narratore, e il fatto che mi pubblicavano romanzi sembrava assecondare questo pensiero, lì tra gli autori di canzoni, la musica è sempre stata la mia passione anche quando non me ne occupavo professionalmente, un album che parte con una canzone che è un inno e al tempo stesso una lamentazione rivolta a Bologna, città nella quale Stragà, che è di Belluno, con origini anconetane, però, vive da oltre vent’anni, anche lui come me a essere scappato da dove è nato, ma non essersi del tutto ambientato dove è poi stato accolto, datemi oggi del milanese, come in effetti Stragà ha fatto dicendomi che parlo milanese pur essendo anconetano, e vi troverete un problema da risolvere, quando si è rimasti a lungo imbottigliati nel traffico si finisce per parlare come se si fosse tutti cloni del Charles Bronson del Giustiziere della notte, credo, io almeno funziono così. Canzone, Bella Bologna, che vede la partecipazione non cantante di Gianni Morandi, che di Bologna è simbolo e forse anche sindaco, vallo a sapere. Un album che, ho citato i due feat, tanto dovrebbe già bastarvi a incuriosirvi per questo suo non voler essere sul pezzo, che è fuori dal tempo, e chi è fuori dal tempo ha un bel vantaggio, credo, rispetto a chi nel tempo ci è incastrato, perché chi è incastrato nel tempo finirà poi per non riuscire a liberarsene, presto datato, chi è fuori dal tempo è per sua natura destinato a una parabola decisamente più lunga, così mi auguro e auguro, stavolta davvero sperando che le mie parole sortiscano effetti concreti, cioè che il mio essere stato narratore in qualche modo mi porti a influire sulle trame delle vite, non come quando auguro a qualcuno qualcosa di brutto solo perché mi taglia la strada in automobile, gli prendesse un colpo. Stare seduti fermi in auto, la cintura ancora allacciata, le luci rossastre delle insegne di MediaWorld a dare al tutto una sfumatura distopica, stare seduto in auto per quasi un’ora, le orecchie che cominciano a farsi calde, le gambe a intorpidirsi per il freddo, perché io, a differenza di Beppe Sala, al futuro del pianeta ci tengo, e mi guardo bene dal tenere il motore acceso per far andare il riscaldamento, contribuendo alla creazione di altra CO2, è impresa a tempo, lo so e lo sa anche Federico Stragà, che però continua a riempirmi di spunti, come quando mi dice che lui che ha giocato per anni nella Nazionale Cantanti, lo so bene, è diventato amico di Felice Centofanti, quel Felice Centofanti che quando ancora stavo nella mia città natale, città di suo nonno, suo di Federico Stragà, un nonno che ha visto poco o niente, a volte veniva confuso con me, come me coi lunghi capelli neri, oggi li ho bianchi, ma parliamo dei primi anni Novanta, dal 1992 al 1995, l’Ancona per la prima volta in Serie A, nessuno in Ancona teneva conto della promozione coatta voluta dal duce durante il ventennio, Vincenzo Guerini ancora considerato una semidivinità nella mia città natale, come me magro e filiforme, oggi peso trenta chili in più e so che nessuno mi crederà, ma sono stato anche un ragazzo magro, giusto quei dieci centimetri in più di altezza, lui, ma decisamente il medesimo mood rock’n’roll, non per nulla amatissimo dalla curva, che lo riconosceva come uno di loro, destino ha voluto che poi sia anche andato al mio Genoa, nella sfortunata stagione 1996-1997, la retrocessione, gli schiaffi presi in campo dagli ultras, la fuga, ecco, parlare di Centofanti mentre sto seduto in auto, un minimo, mi ha scaldato, magari non le gambe ma il cuore.
Come uscire da questo ingorgo? Come, cioè, provare a svincolarsi da una narrazione sghemba, confusa, tortuosa, per arrivare a una chiusa che abbia senso, capace di rendere onore a un album importante, l’augurio, che mi sono fatto e ho di conseguenza fatto a Stragà, che questa pubblicazione porti verso un tour, tour al momento non previsto, diffidate da chi parla di boom dei live, i live che stanno lievitando sono quelli nelle grandi aeree, mancano sempre più i locali dove si fa musica musica, quelli piccoli e medi, per chi magari non ambisce a San Siro ma a suonare anche davanti a qualche centinaia di persone, come uscire da tutto questo? Non se ne esce, perché stare ore in auto ti concede il lusso di una momentanea regressione allo stato primordiale, e ai primordi non ci si esprimeva certo per frasi complesse, le narrazioni avvenivano attraverso disegnini lineari sulle pareti delle caverne, mica procedendo a strappi con relative che ambiscono al postmodernismo. Quindi niente, È così di Stragà è un album che merita la vostra attenzione, anche se come me state odiando il mondo perché c’è un ennesimo sciopero di venerdì, o forse proprio per quello, anche per quello. Perché le canzoni in fondo servono per rassicurarci, per consolarci, per metterci a disposizioni parole che altrimenti non sapremmo dove trovare, ma pure per distrarci, farci compagnia, farci sorridere per emozione o per aver letto qualcosa che è ironico. La vita, in fondo, è sufficientemente difficile di suo, volersi bene è anche saper scegliere a cosa dedicare il nostro tempo. Perché, come dice il poeta Kaballà, la bottarga ha un po’ di amaro.




