Dolly Parton non c’è più. A 80 anni, la ragazza nata in una baita del Tennessee in una famiglia di dodici figli ha chiuso il suo lunghissimo giro di giostra. Lo ha annunciato oggi suo nipote, come lei stessa gli aveva chiesto di fare anni fa. Una fine semplice, come semplice era il suo modo di dire: “Io ho vissuto nella luce”. E in quella luce ci siamo vissuti tutti.
È difficile spiegare cosa abbia rappresentato Dolly per la musica americana. Non è stata solo una cantante country. È stata colei che ha preso il country, un genere allora considerato regionale, quasi di nicchia, e lo ha portato nelle case di tutto il pianeta. Con quella voce da soprano inconfondibile, un po’ twang e un po’ miele, ha trasformato storie di povertà, amore e tradimento in inni universali. Jolene, scritta in pochi minuti per una commessa che flirtava con suo marito. I Will Always Love You, nata come un addio professionale a Porter Wagoner e diventata una delle ballate più incise di sempre, fino alla versione pop epocale di Whitney Houston. Oltre tremila brani depositati, venticinque numeri uno in classifica, undici Grammy.
La sua eredità nel country è una rivoluzione silenziosa. L’artista ha dimostrato che una donna poteva scrivere, produrre, possedere le sue canzoni e il suo business in un mondo di uomini. Quando negli anni ’70 ha lasciato il sicuro show di Wagoner per andare da sola, tutti le dissero che stava commettendo un suicidio artistico. Quel suicidio è diventato libertà.
Ha tolto al country l’etichetta di musica triste e polverosa. Ci ha messo il glitter, l’autoironia, le parrucche bionde, le unghie lunghissime. “Ci vuole un sacco di soldi per sembrare così cheap”, diceva ridendo. Dietro quella maschera camp c’era una delle penne più affilate di Nashville.
Ha costruito ponti. Ha duettato con tutti, da Kenny Rogers a Beyoncé, da Miley Cyrus (sua figlioccia), a Sylvester Stallone. Ha reso il country rispettabile per il pop, per il rock, per i giovani. Senza Dolly non ci sarebbe Taylor Swift che passa da Nashville allo stadio.
E poi c’è il cinema. Un capitolo che spesso si dimentica. Dolly non ha mai voluto essere solo “la cantante che fa un cameo”. Nel 1980 debutta con 9 to 5 – Come eliminare il capo, con Jane Fonda e Lily Tomlin. Interpreta Doralee, la segretaria sexy e sottovalutata che si vendica del capo molestatore. Il film è una bomba femminista prima del MeToo e la title-track le vale una nomination all’Oscar.
Due anni dopo è la protagonista de Il bordello più frequentato del Texas accanto a Burt Reynolds, ruolo che le regala un Golden Globe. E nel 1989 è Truvy in Fiori d’acciaio, la parrucchiera dal cuore grande in un cast di sole donne – Sally Field, Shirley MacLaine, Julia Roberts – che piange e ride nello stesso istante.
Ha recitato in oltre venti film, portando se stessa: mai vittima, sempre donna che resiste con umorismo e grazia.
Oggi resta Dollywood, il parco in Tennessee che dà lavoro a migliaia di persone. Resta la Imagination Library, che ha regalato oltre 200 milioni di libri ai bambini. Resta l’immagine di una donna che ha finanziato il vaccino Moderna e che ha perso da poco l’amore di una vita, Carl Dean, sposato per 57 anni lontano dai riflettori.
Dolly se n’è andata, ma ha fatto una cosa rara: non ha lasciato solo canzoni. Ha lasciato un permesso. Il permesso per le ragazze di campagna di sognare in grande, di essere eccessive, intelligenti e buone allo stesso tempo.
La luce, come ha detto suo nipote, ora è altrove. Ma qui continua a illuminare.




