Le cifre tonde sono sempre utili. Sono utili perché ci viene facili usarle per celebrare o ricordare qualcosa senza dover star lì a fare capriole all’indietro per cercare una scusa per parlare di qualcosa. Sono utili anche perché in effetti siamo portati, per praticità e per uso comune, a guardare alle cifre tonde, i molteplici del cinque, che si parli di lustri o di piani quinquennali credo che sia più inerente alla propria cultura che a altro, sempre di molteplici del cinque si parla, per raccontare qualcosa del passato, e volendo anche per tirare poi una riga e fare i conti.

Questo periodo è quindi quello giusto per provare a raccontare quel che è successo in musica negli ultimi dieci anni, decisamente rivoluzionari per quel che riguarda il mondo della musica, per più di un semplice motivo e in più di un semplice modo.

Partiamo dal numero dieci. Dieci anni fa uscivano due dischi che hanno in qualche modo segnato un cambio di passo della musica italiana tutta. Parlo, in ordine cronologico, di XDVR, album d’esordio di Gionata Boschetti in arte Sfera Ebbasta, considerato a torto il padre putativo della nascita della musica trap in Italia, per quanto indubbiamente Sfera Ebbasta sia l’artista che di questa scena è l’artista con più numeri dalla sua, per più tempo, e parlo di Mainstream, secondo lavoro di Edoardo D’Erme in arte Calcutta, considerato forse a torto, parlo sempre di cronologia, il padre putativo della scena indie, per quanto lo è indubbiamente da un punto di vista storico, fatta la tara per quel che riguarda gli album di Niccolò Contessa, in arte I Cani . Il primo è uscito a giugno, il secondo a fine novembre, anche se nell’immaginario, parlo di un immaginario per come lo si poteva intuire da boomer in un’epoca nel quale non si parlava ancora di boomer e lo dico da non boomer, almeno tecnicamente, il primo è uscito a giugno, il secondo a fine novembre, anche se nella percezione comune sembra quasi che l’indie sia, in questa rivoluzione musicale, mi astrarrò dal dare giudizi, che ha portato una nuova generazione di artisti a invadere le classifiche, mandando letteralmente a casa le precedenti, di più, mandando a casa anche gli artisti stranieri, di colpo cacciati militarmente e per sempre dalle nostre classifiche, salvo rare e sparute eccezioni, sembra quasi che l’indie sia, in questa rivoluzione musicale, fratello maggiore della trap, un fratello maggiore i cui numeri si riveleranno incredibilmente più bassi, e che pagherà presto lo scotto di essere voluta passare al mainstream, appunto, troppo velocemente, il passaggio dal chiamarla musica indie a itPop lì a indicarlo impietosamente.

Dieci anni, quindi, nei quali di colpo ci siamo abituati a pensare alla musica italiana come non solo rilevante, ma quasi unica proposta plausibile, con alcuni degli artisti che da queste due scene sono arrivati, penso allo stesso Sfera Ebbasta, ma anche a Lazza, per dire, come ai Pinguini Tattici Nucleari e a un Tommaso Paradiso, più quando stava coi Thegiornalisti che da solo, che hanno iniziato a fare live in posti talmente grandi da essere assolutamente impensabili allora, gli stadi, le grandi arene, i circhi massimi. Album piazzati in vetta alla classifica con una frequenza quasi meccanica, certificazioni come se piovesse, collaborazioni a volte incrociate e comunque con nomi che da quelle scene non arrivavano, ma che hanno dovuto in qualche modo dovuto piegare il coppino di fronte a uno strapotere al limite del dittatoriale.

Su questo, è indubbio, ha influito la morte, prima ventilata e poi dichiarata, del supporto fisico, evidentemente modo di ascoltare la musica delle generazioni precedenti, a vantaggio di quello streaming che ha in Spotify il suo evidente maggior rappresentante. Nel 2017, l’anno successivo a quello in cui Sfera Ebbasta e Calcutta pubblicavano questi due album, per la precisione nella prima settimana di luglio, Spotify e le altre piattaforme di streaming cominciavano a muovere le classifiche della FIMI, in qualche modo cambiando la grammatica del nostro sistema musica, in una caduta libera che sembra non avere mai fine.

Un cambio, questo tra fisico e streaming, che in qualche modo rovescia anche le forze in campo, di colpo i giovani, un tempo referenti primari di quelli che venivano chiamati prodotti di rottura, in netta contrapposizione col mainstream, diventano gli utenti primari dell’ascolto, forse addirittura i soli utenti dell’ascolto. Un ascolto compulsivo, in grado quindi di generare numeri folli, a volte anche “aiutati”, fatto che li rende quindi un pubblico cui guardare con grandissima attenzione, a tratti mirando anche ai veri e propri bambini (si guardi al fatto che il video più visto su Youtube è Baby Shark Dance, con qualcosa come quasi nove miliardi di views). Questo nonostante i giovani, per il calo demografico, ora sto ovviamente parlando di occidente, siano in realtà una percentuale assai meno consistente di quella degli adulti. Una rivoluzione nella rivoluzione. Mettiamoci anche che a metà strada da allora a oggi, nel 2020, è arrivato il Covid, con uno stallo di qualche mese che ha contribuito da una parte a far esplodere ulteriormente lo streaming, dall’altro ha creato una smania verso i live, specie quelli che vengono considerati i grandi eventi, con un pubblico numerosissimo, oltre ogni livello di guardia, e ecco che il piatto è servito, la musica è passata dall’essere arte, o almeno intrattenimento di un certo pregio, all’essere la figlia delle logiche dell’algoritmo.

Ora, chiaro che la trap abbia fatto numeri assai maggiori che l’indie, e anche solo a guardare Sfera Ebbasta e Calcutta la cosa balza agli occhi, come è chiaro che pur trovando la trap tutta riprovevole, per tematiche e anche sotto il profilo meramente musicale, chi scrive non ha nulla contro l’uso dell’autotune, intendiamoci, ma è pur vero che la monotonia che lo stesso impone, unita alla totale assenza di melodie e dinamica, una costanza nei BPM quantomai spalmata su tutto, abbia reso il tutto molto simile a un pastone sonoro, è chiaro che Sfera Ebbasta sia oggettivamente un artista di talento, dirlo di Calcutta mi sembra pleonastico, ciò detto pensare che proprio il primo sia al momento l’artista più certificato di sempre, più , cioè, di un Vasco, di un Baglioni e via discorrendo (lascio fuori i nomi che dalle certificazioni sono tagliati fuori per questioni storiche), e pensare che in futuro, guardando a questo preciso momento storico, sarà questa la musica atta a rappresentarci, mi sembra davvero tutto molto mesto. Di fatto se la musica, in quanto colonna sonora, è espressione proprio del tempo che la esprime, credo che non si possa non guardare a questa china derivativa, la trap non è certo musica che ha qualcosa a che spartire con le nostre radici, capace di veicolare un senso di rivalsa spesso economica e sociale solo attraverso l’esibizione di stereotipi e feticci decisamente indicatori di una lettura catastrofica del capitalismo, e alla sciatteria dilagante, compositiva e produttiva, che dell’indie è stata cifra, testi appoggiati su una singola frase a effetto, melodie banalotte appoggiate su giri armonici di una povertà quasi imbarazzante, come a uno specchio di una società nella quale vivere diventa giorno dopo giorno sempre meno edificante. Con questo, è chiaro, non intendo dire che la musica di oggi sia tutta da buttare, tutt’altro, e i nomi citati ne sono comunque esempio palese, per non dire dei tanti artisti e artiste che in questi anni si sono affacciati provando a scombinare le carte su quel tavolo chiamato mercato, resta però stando a quel che passa il convento i giorni che ci attendono non sembrano poi tanto meglio di quelli che ci hanno accompagnato fin qui. Speriamo almeno che le parole di quel gigante di Freak Antoni “Si dice che una volta toccato il fondo non puoi che risalire. A me capita di cominciare a scavare”, sarà mica un caso che lui sia morto proprio un anno prima che la rivoluzione che vi ho raccontato avesse inizio, nel 2014, non trovino riscontro nella realtà. Stando però sempre a una sua massima, “la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”, c’è davvero poco da sperare. Nell’incertezza meglio fingersi morti e sperare che i predatori che ci tormentano si annoino presto di noi.