La linea non cambia, e il tempo stringe. Sul tema dei rimpatri dei migranti, la maggioranza procede senza tentennamenti, respingendo ogni richiesta di modifica alla norma inserita nel decreto sicurezza. Le critiche, arrivate compatte dalle opposizioni, da una parte dell’avvocatura e dall’Associazione nazionale magistrati, non sembrano aver scalfito l’impostazione del governo, deciso a portare a termine l’iter senza correzioni.

Il calendario parlamentare impone un’accelerazione: il provvedimento approda in Aula alla Camera per il via libera definitivo, con la prospettiva della fiducia che ne blinda i contenuti. Ma la vera pressione è dettata dalla scadenza imminente: il decreto deve essere convertito in legge entro pochi giorni, pena la sua decadenza. Una corsa contro il tempo che rende, di fatto, impraticabile qualsiasi ripensamento.

I promotori della misura difendono il testo così com’è, sostenendo che non vi siano elementi da rivedere. La priorità, spiegano, è garantire strumenti più efficaci per la gestione dei rimpatri, in un quadro che continua a essere al centro del dibattito politico e sociale.

Lo scontro resta quindi netto: da un lato un governo determinato a rispettare i tempi e a confermare la propria linea, dall’altro un fronte critico che denuncia rischi sul piano giuridico e dei diritti. In mezzo, un Parlamento chiamato a decidere rapidamente, con margini di intervento ormai ridotti al minimo.

Cosa dice il decreto migranti
Il cosiddetto “decreto migranti” (inserito nel più ampio decreto sicurezza) introduce una serie di misure pensate per rendere più rapida ed efficace la gestione dei rimpatri degli stranieri irregolari. Il punto centrale riguarda proprio le procedure di espulsione, che vengono semplificate e accelerate.

In particolare, la norma amplia i casi in cui è possibile disporre il rimpatrio e riduce alcuni passaggi burocratici, con l’obiettivo di diminuire i tempi tra l’identificazione del migrante e il suo rientro nel Paese d’origine. Viene inoltre rafforzato il ruolo dei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), dove le persone possono essere trattenute più a lungo rispetto al passato per consentire il completamento delle procedure.

Il decreto interviene anche sulla cooperazione con i Paesi di origine, puntando a rafforzare gli accordi bilaterali per facilitare i rimpatri, spesso ostacolati dalla mancanza di documenti o dalla scarsa collaborazione degli Stati di provenienza.

Al CNF è affidato  il compito di erogare i compensi ai legali: si tratta di un contributo di 615 euro riconosciuto all’avvocato che assiste il procedimento di rimpatrio volontario, subordinato all’effettivo rientro del cittadino straniero nel Paese d’origine, come previsto dall’emendamento.

Quanto agli aspetti finanziari, l’emendamento quantifica gli oneri in 246.000 euro per il 2026, anno in cui la misura entrerebbe in vigore dal 1° luglio secondo la relazione annui.