«Un passo avanti per rafforzare la sovranità alimentare della nostra Nazione, garantire maggiore solidità e prospettive di crescita alle aziende e tutelare la salute dei cittadini». La premier Giorgia Meloni  annuncia sui social il disegno di legge ColtivaItalia. Si chiude così l’iter parlamentare di un provvedimento che il governo Meloni aveva presentato come la più grande operazione strategica per il settore primario degli ultimi decenni.

La cifra è di quelle che fanno notizia: 1.184,3 milioni di euro. Ma al di là dei numeri, la legge segna un cambio di passo politico. Per la prima volta dopo anni, l’agricoltura non viene trattata come un comparto da sostenere con misure emergenziali, ma come un pilastro della sicurezza nazionale, al pari di energia e difesa.

Il concetto è quello ripetuto più volte dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, e dalla premier Giorgia Meloni nel presentare il provvedimento: sovranità alimentare. Ovvero, la capacità di un Paese di produrre da solo gran parte di ciò che mangia, senza dipendere dalle importazioni e dalle crisi internazionali.

Il cuore del provvedimento è la ripartizione dei fondi, che si concentra su quattro grandi direttrici. La prima è la zootecnia bovina, con 300 milioni di euro spalmati su tre anni: 50 milioni nel 2027, 200 milioni nel 2028, 50 milioni nel 2029. L’Italia importa ancora oltre il 40% della carne bovina che consuma. L’obiettivo è rafforzare la linea vacca-vitello nazionale, sostenendo gli allevatori che oggi faticano a reggere la concorrenza dei prezzi esteri.

La seconda è il Piano olivicolo nazionale 2026-2030, anch’esso da 300 milioni. L’olivicoltura italiana, simbolo del Made in Italy nel mondo, è in crisi profonda. Il Piano dovrà finanziare nuovi impianti, recupero degli oliveti storici e lotta alle fitopatie.

La terza è il sostegno alle filiere strategiche, con altri 300 milioni per approvvigionamento, filiere locali, colture strategiche e vitelli autoctoni.

La quarta è il ricambio generazionale: 150 milioni per l’imprenditoria agricola giovanile e femminile, con mutui agevolati e contributi a fondo perduto. Il dato di partenza è impietoso: l’età media degli imprenditori agricoli italiani supera i 55 anni. Senza giovani che subentrano, il rischio è l’abbandono di interi territori.

Completano il quadro i 70 milioni per il rifinanziamento del Fondo Sovranità alimentare – grano tenero, orzo, mais, proteine vegetali – e i 10 milioni per i contratti di filiera del frumento, con un credito d’imposta che sale dal 20% al 40% per chi sottoscrive accordi da 3 a 5 anni.

Dalle opposizioni arriva un giudizio prudente: il provvedimento va nella direzione giusta, ma rischia di restare sulla carta se non arriveranno in tempi rapidi i decreti attuativi.

E in effetti è questo il punto critico. La legge è approvata, ma non è ancora operativa. Per quasi tutte le misure serviranno decreti ministeriali che stabiliranno requisiti, modalità di accesso, tempi e controlli. Al momento, nessuna azienda può presentare domanda.

Le associazioni di categoria chiedono ora due cose: tempi certi per i decreti e procedure semplici. La storia dei fondi agricoli in Italia è piena di bandi complessi, arrivati in ritardo, utilizzati solo da chi aveva già strutture e consulenti per intercettarli.

La sfida, per il governo, sarà dimostrare che ColtivaItalia non è solo un annuncio, ma un cambiamento concreto per chi ogni mattina si alza alle cinque per lavorare la terra.

Perché, come ha ricordato la premier nel presentare la legge, «della nostra terra ci sono mani che lavorano, famiglie che fanno sacrifici e persone che dedicano la propria vita a una delle più grandi ricchezze dell’Italia». A loro, ora, servono risposte e tempi certi.