L’intervento di Liliana Segre non basta a ricomporre la frattura sul disegno di legge contro l’antisemitismo. La senatrice a vita, sopravvissuta alla Shoah, ha chiesto ai partiti uno sforzo unitario e si è detta disponibile a un ritocco formale del testo che chiarisca una volta per tutte che contestare le scelte dello Stato di Israele resta legittimo, esattamente come per qualsiasi altro Stato, senza che ciò venga etichettato di per sé come odio antiebraico. Così facendo, Segre indica una via di compromesso per arrivare a un’approvazione.

Un’apertura pensata per favorire un voto a larghissima maggioranza, ma che per ora non produce effetti. A Montecitorio il clima resta bloccato: la maggioranza difende compatta il testo uscito dal Senato, definito una sintesi già equilibrata; M5S e Avs confermano il no; il Pd, pur spaccato al suo interno, si avvia verso la bocciatura in assenza di modifiche.

Il nodo è politico e culturale. Da una parte l’Ucei spinge per approvare subito, sostenendo che il ddl non limita alcuna critica a Israele. Dall’altra, un fronte di intellettuali ebrei, tra cui Anna Foa, contesta il provvedimento e minaccia il ricorso alla Consulta perché criminalizzerebbe ogni posizione anti-israeliana.

Segnali di tensione anche dentro i democratici: dopo l’uscita di Emanuele Fiano, che ha minacciato l’addio al partito in caso di voto contrario, voci come Fassino e Delrio chiedono di accogliere l’appello di Segre. Ma la linea ufficiale resta quella tracciata da Gianassi: senza correzioni, in Aula sarà no, a costo di possibili defezioni.

Fuori dall’Aula, Avs e M5S rilanciano con la proiezione romana del docufilm “Naza” su Gaza, alla presenza dell’intero campo largo, da Conte a Schlein. A infiammare ulteriormente il dibattito, le parole di Francesca Albanese sull’antisemitismo e l’uso del termine “musulmani” per indicare gli ebrei nei lager, poi ritrattate con delle scuse dopo le dure critiche del Jerusalem Post.