La politica commerciale torna al centro dello scenario internazionale con il rilancio di misure protezionistiche mirate da parte di Donald Trump. Le nuove proposte di dazi al 100% su farmaci e metalli segnano un’ulteriore torsione verso una strategia economica che privilegia la sicurezza nazionale e il rafforzamento della produzione interna rispetto alle logiche del libero scambio. Trump si rivolge alle aziende che non intendono stringere accordi con la Casa Bianca.

L’iniziativa si inserisce in una traiettoria già tracciata negli anni precedenti, ma oggi appare ancora più strutturata: non è solo una risposta a squilibri commerciali, bensì un tentativo di ridisegnare le catene globali del valore in settori ritenuti strategici. Il comparto farmaceutico, in particolare, viene considerato cruciale alla luce delle vulnerabilità emerse durante le recenti crisi globali, mentre acciaio e alluminio restano pilastri industriali e simboli della capacità produttiva nazionale.

La scelta di intervenire con nuove tariffe solleva interrogativi rilevanti. Da un lato, l’obiettivo dichiarato da Trump è di ridurre la dipendenza dall’estero e incentivare investimenti domestici; dall’altro, il rischio è quello di innescare nuove tensioni commerciali e alimentare dinamiche inflattive, con ripercussioni sui consumatori e sulle imprese che operano lungo filiere internazionali.

Non va sottovalutato, inoltre, il contesto geopolitico in cui tali decisioni maturano. Il commercio internazionale è sempre più intrecciato con le strategie di sicurezza e con la competizione tra grandi potenze. In questo quadro, i dazi non rappresentano più soltanto uno strumento economico, ma una leva politica a tutti gli effetti. Resta da capire quale sarà la risposta dei partner commerciali e delle istituzioni multilaterali.