Tempo fa uno wannabe popstar mi ha accusato di non essere un critico musicale credibile per questo mio starmene fuori da Spotify. Scelta, la mia, maturata non in seguito alle dichiarazioni del fondatore e ex CEO Daniel Ek, intendiamoci, e anche in quel caso sarebbe stata scelta buona e giusta, ma proprio dall’arrivo di Spotify in Italia, la scarsissima qualità dello streaming, la legge dell’algoritmo, le playlist fatte non si sa bene da chi, il non pagare bene gli artisti, tutto mi è sempre sembrato sbagliato in questa piattaforma, e siccome faccio appunto un lavoro per cui se voglio ascoltare qualcosa posso farlo in altre forme e altri formati, niente Spotify, come scelta ideologica.

Comunque, dicevo, tempo fa uno wannabe popstar mi ha accusato di non essere un critico musicale credibile perché non uso Spotify. Come se il mestiere di critico musicale fosse nato con lo streaming, e come se lo scegliere di ascoltare musica in modo più consono a un buon ascolto fosse un negarmi qualcosa.

Peggio, come se il mestiere di critico musicale dipendesse dal supporto che si sceglie, non dalla propria competenza.

Detto che se proprio qualcosa non posso che ascoltarla così, al limite, non la ascolto, ho risposto che il lavoro di critico musicale si basa appunto sulla preparazione musicale, sullo studio, quindi, non certo sull’usare o meno una piattaforma, una conoscenza approfondita di quella che è la musica oggi possibile evidentemente anche standomene fuori da lì.

In questi giorni, visto il fenomeno dovrei forse dire in queste ore, ore per altro funestate da tutto quel che ci sta succedendo attorno, qualcuno potrebbe dire che non sono un critico musicale credibile perché non uso Tik Tok, dal momento che uno dei fenomeni del momento, se non addirittura il fenomeno del momento, è proprio sul social cinese che ha trovato la propria via per diventare virale. Parlo ovviamente di Soltero, canzone orecchiabile di tale Leonardo de Andreis. Nome che, confesso, mi ha ricordato qualcuno di conosciuto, ma non avrei saputo dire esattamente chi, non fosse che poi ho scoperto essere stato uno dei partecipanti di una vecchia edizione di Sanremo Young, il talent condotto dalla solita Clerici. Anzi, proprio per aver partecipato a una vecchia edizione di Sanremo Young, quella del 2018, dove si è piazzato al terzo posto, è sicuro che mi ha ricordato qualcuno di conosciuto, che però non era evidentemente lui, quindi qualcun altro, non ho mai seguito il talent della solita Clerici, sono un critico musicale, non uno che guarda programmi televisivi a caso, a occhio suppongo che il nome che mi ha ricordato è quello di Leonardo De Amicis, direttore d’orchestra di lungo corso.

Di lui leggo che è un classe 2001, affetto da disabilità motoria, riporto quanto raccontato da un po’ tutti quelli che ne hanno scritto, e col sogno del canto sempre cullato, sin da quando bambino ha visto in tv un video di Michael Jackson, e che è nato a Pomezia, città che ultimamente, grazie alla Tv meloniana e al ritorno in essa della versione Minion del Vate, Edoardo Sylos Labini, è in procinto di diventare luogo iconico per un nazionalismo pret-a-porter, per il resto a parlare resta la canzone.

Canzone, Soltero, uscita il 13 dicembre 2024, oltre un anno fa, e esplosa su Tik Tok e poi su Youtube e quindi su Spotify a ridosso del recente Natale 2025, un anno dopo, per quei motivi che sfuggono ai più, roba di algoritmi, e grazie all’endorsement di diverse popstar più o meno popstar.

Succede che Leonardo tira fuori questa canzone, che parla della strenua volontà di rimanere single viste le delusioni incontrate strada e vita facendo, Soltero appunto, e questa canzone venga ripresa da Tedua, da Sarah Toscano, da Saif (mio figlio piccolo, Francesco, quattordici anni, sostiene che Saif lo chiamerà per la serata dei duetti, proprio in virtù di questo endorsement, riporto la cosa non perché certa o da prendere eccessivamente sul serio, ma dal momento che i Trettrè di Pezzi hanno dato prima per certa la partecipazione a Sanremo nel cast dei Big di Chiamamifaro, poi la presenza tra i duettanti, con Samurai Jay, di Zucchero, non vedo perché non dar credito a quel che dice mio figlio piccolo, stessa credibilità, giusto un filo più di competenza dei Trettrè), ripostata dal Gazzoli di BSMT, da Alfa che ne fa una coverina simpatica e veloce voce e chitarrina, il tutto trasformando una canzoncina in una bomba di numeri da oltre trenta milioni di ascolti. Una vera hit, attenzione, proprio mentre scrivo in testa alla classifica FIMI dei singoli, cioè la classifica ufficiale, c’è L’amore non mi basta di Emma, uscita tredici anni fa, in quello Schiena che è forse stato il suo album più a fuoco, e che è diventata virale oggi, a così tanti anni di distanza, in virtù dell’essere stata usata come colonna sonora per un video nostalgico dedicato all’ex juventino e oggi romanista Dybala, potere dei social. Una hit leggera, che in qualche modo ci riconcilierebbe col mondo a pezzi nel quale viviamo, le guerre, le stragi di ragazzi, un certo senso di precarietà che si impossessa ogni giorno di noi, sfrattando le nostre sicurezze.

Una canzone, Soltero, che però, non fosse per il successo ottenuto grazie ai social, che ne ha fatto un vero e proprio fenomeno, uno che come me fa il critico musicale non dovrebbe ascoltare, perché con la musica musica, quella che si ascolta a prescindere dai social, ha poco a che spartire.

E attenzione, qui apro una parentesi abbastanza importante, non è per una questione di spocchia o di voler andare contro il “potere del popolo”. Da questo momento il discorso si sposta a lato, si amplia, dando spazio a quella complessità cui non siamo più troppo abituati, ma siam qui per questo, mica per pettinare le bambole.

Tutti abbiamo letto i tanti, tantissimi post che, parlando di Buen Camino di Checco Zalano, stroncato dalla critica e premiatissimo dal pubblico, circa cinquanta milioni di euro incassati in una decina di giorni al botteghino, dimostrerebbe lo scollamento tra critica e pubblico. Tutti li abbiamo letti e, immagino, in molti si saranno detti che la critica non ci capisce più niente, forse che non ci ha mai capito niente, che il pubblico ha ragione, che i numeri ci dicono altro, e lo dico da parte di coloro che hanno contribuito a quella cifra stratosferica, e anche da parte di coloro che hanno apprezzato il film, del resto io il Cammino di Santiago l’ho fatto questa estate e proprio qui ve l’ho raccontato. Solo che dire che il pubblico ha ragione, che i numeri lo dimostrano è una scemenza sesquipedale, come sostenere che siccome i panini e le patatine fritte mangiate nei McDonald’s di tutto il mondo sono molto di più delle tagliatelle fatte in casa dalle nonne, o dei cibi preparati con prodotti di prima scelta, significa che i panini e le patatine di McDonald’s sono meglio di quelle tagliatelle e di quei cibi di alta qualità, i numeri ce lo dicono, come se di colpo quantità e qualità dovessero non tanto coesistere, ma coincidere. Quindi i cinepanettoni sono meglio dei film d’essai, i romanzi di Fabio Volo meglio di quelli di Michele Mari, il Pulcino Pio meglio di Battiato. Dai, non scherziamo.

A me Buen Camino è piaciuto, lo rivedrò pure, magari, quando passerà in tv, ma mai mi permetterei di dire che i critici cinematografici che l’hanno stroncato lo hanno fatto per spocchia, perché sono scollegati dal mondo reale.

Ai critici in generale del mondo reale, sempre che quello che si esprima sui social sia il mondo reale e non il mondo social, cioè una porzione del mondo reale, non deve fregare nulla, si occupano di opere, non di mercato. Di opere, non di mondo reale. Volendo anche di arte. E qui sta il punto. Esiste arte e intrattenimento. E il compito della critica è indicarne le differenze, e possibilmente anche analizzare l’arte, concedere a chi legge strumenti per fare altrettanto. Poi a chiunque può piacere quel che vuole, c’è chi pratica la coprofagia, figuriamoci, ci mancherebbe altro, ciò non toglie che quel che piace alla gente potrebbe essere dozzinale, scadente, becero, una certa analfabetizzazione cui siamo sottoposti da decenni in questo ha agevolato indubbiamente il successo di opere immeritevoli, figuriamoci, non sono certo io il primo a dirlo. La differenza tra chi però pratica la coprofagia e chi fa vanto di apprezzare qualcosa di decisamente poco edificante, parlo di opere, è che nel primo caso si tende a tenere la cosa nascosta, nel secondo caso c’è invece una spavalderia a volte inquietante.

Quindi si può essere bravi critici non usando Spotify, anzi, lo si è indubbiamente più non usandolo che usandolo, e tanto più si può essere critici musicali senza stare su Tik Tok.

Fine dello spazio concesso alla complessità.

Si può sorridere, più o meno, un briciolo di spensieratezza, ripeto, di questi tempi non guasta, ascoltando Soltero di Leonardo de Andreis, prendendola per quel che è, una canzone anche ben fatta, ben scritta e ben interpretata, con richiami a un mondo soul che oggi suppongo sia sconosciuto ai più, dove per più intendo coloro che hanno ascoltato e ascoltano la stessa Soltero, canzone che, per motivi incomprensibili, è diventata virale, magari resterà anche nei mesi a venire, buon per lui, che almeno stando a quel che racconta nel brano stesso vive “una vita di stenti, con disagi e vari tormenti”, ma che è più ascrivibile all’intrattenimento che all’arte. Intendiamoci, gli elementi che la fanno oggettivamente stare simpatica all’ascoltatore sono evidenti: contrappone un testo triste a una musica allegra, con un groove intrigante, lui, Leonardo de Andreis appare nel video che accompagna il brano, un video decisamente lo-fi, estremamente normale, vestito con una felpa, niente flexate o robe del genere, azzerando di fatto la distanza tra artista e pubblico, e per altro in parallelo a quel che accade al Checco Zalone di Buen Camino, spoiler, che parte sfoggiando sfarzo e ricchezza, il parrucchino biondo, le feste faraoniche, la Ferrari, per finire pelato e con problemi di prostata a vestire i panni di un qualsiasi pellegrino. Di nuovo chiudo un breve squarcio nella complessità. Soltero è un fenomeno di questi giorni, non perché sia qualcosa di particolarmente contemporaneo, musicalmente è una canzone che sarebbe potuta uscire anche trent’anni fa, quanto piuttosto perché è nella contemporaneità di Tik Tok che ha trovato modo di emergere, incontrando il gusto di alcuni artisti molto famosi che l’hanno endorsata e il placet di un pubblico vasto, che si sono riconosciuti in tutti quegli elementi su descritti.

Quindi lunga vita a Soltero e a Leonardo de Andreis, ma senza che per questo si debba necessariamente scatenare una guerra al critico snob e elitario, o che tanto basti a gridare a un miracolo che, credo, non troverà seguito nel futuro prossimo.