Con un post su Instagram, l’imprenditrice digitale racconta la fine di un periodo difficile e sceglie la lucidità invece dei festeggiamenti. Poi, mette a tacere le “malelingue” 

Non c’è entusiasmo, non c’è rivincita. C’è piuttosto la voglia di mettere un punto fermo. Dopo la decisione del Tribunale di Milano che ha chiuso definitivamente il caso legato al cosiddetto Pandoro gate, Chiara Ferragni ha scelto Instagram per dire la sua, con un messaggio lungo e ragionato, lontano dai toni celebrativi.

La sentenza pronunciata ieri dal giudice della terza sezione penale ha escluso l’esistenza di un reato di truffa aggravata. Una conclusione netta che ha portato al proscioglimento, senza nemmeno arrivare alla fase processuale. Ed è proprio da qui che l’imprenditrice digitale ha deciso di partire, chiarendo subito il punto centrale della vicenda. Dal punto di vista penale, ha spiegato, la questione è chiusa in modo definitivo.

Nel post Ferragni ha raccontato cosa ha significato vivere per due anni sotto una lente costante, tra accuse, interpretazioni e giudizi pubblici. Un periodo che definisce complesso e logorante, non perché avesse dubbi sulla propria posizione, ma per l’impossibilità di spiegarsi e di intervenire mentre tutto intorno cresceva il rumore. In questo percorso, però, non ha mai negato gli errori legati alla comunicazione commerciale. Ha riconosciuto l’errore, se ne è assunta la responsabilità e ha agito di conseguenza, pagando e chiedendo scusa.

Nel suo racconto torna anche la distinzione tra ciò che è stato un problema amministrativo e ciò che non ha mai avuto nulla a che vedere con un reato. Ferragni ha ribadito che i compensi per le collaborazioni finite al centro delle polemiche erano stabiliti in anticipo e non dipendevano dalle vendite. In un momento della sua carriera in cui l’immagine e il lavoro erano al massimo, non ci sarebbe stato alcun motivo logico o economico per ingannare il pubblico. Proprio per questo, sottolinea, è fondamentale non confondere un errore di gestione con un’accusa penale.

Non manca poi una risposta a chi ha cercato di ridimensionare la portata della decisione del giudice. La sentenza, chiarisce, non è un verdetto ambiguo o a metà. È qualcosa di ancora più esplicito, perché afferma che il procedimento non aveva le basi per andare avanti. Non si tratta di un dubbio rimasto irrisolto, ma della constatazione che mancavano i presupposti stessi per un processo.

È forse questo l’aspetto che più segna le sue parole. La consapevolezza di essere rimasta per due anni sotto esame per una vicenda che, alla fine, non avrebbe nemmeno dovuto seguire quel percorso. Ferragni lo racconta senza rabbia, ma con la calma di chi sente di aver affrontato tutto a viso aperto, rispettando la giustizia e accettando anche il silenzio quando sarebbe stato più facile reagire.

Il messaggio si chiude con una frase che riassume perfettamente il tono dell’intero post. Non c’è alcuna vittoria da celebrare. C’è solo un capitolo che finalmente si chiude.