Ci sono quei personaggi entrati nell’immaginario culturale di una nazione, che ci sembrano eterni, immortali.

Che sai, che sono lì, e quando scompaiono, tutti rimangono scossi.

Oggi è venuto a mancare uno dei più grandi cantautori italiani, all’età di 91 anni, Gino Paoli.

 

Gino Paoli è una di quelle figure che sembrano appartenere a un tempo sospeso, dove la musica era confessione e vita vera.

Nato a Monfalcone ma cresciuto a Genova, Paoli è stato uno dei protagonisti assoluti di quella stagione irripetibile che ha dato voce alla cosiddetta “scuola genovese”, accanto ad amici e compagni di strada come Fabrizio De André, con cui ha condiviso notti, sogni e una visione profondamente libera della canzone d’autore.

 

La sua storia artistica è intrecciata indissolubilmente con quella di Ornella Vanoni, musa e interprete capace di dare corpo e anima a brani che ancora oggi restano tra i più intensi della musica italiana. “Senza fine” non è soltanto una canzone, ma diventa quasi un manifesto emotivo, una dichiarazione d’amore che sfida il tempo, proprio come molte delle sue composizioni.

 

Paoli ha scritto pagine fondamentali della nostra memoria collettiva, “Il cielo in una stanza”, che è forse il suo vertice più noto, una canzone che ha cambiato per sempre il modo di raccontare l’intimità, rendendo universale un sentimento personale.

Che molti hanno provato a ricantare, come la grandissima Mina, ma che nessuno è riuscito a reinterpretare alla stessa maniera.

Le sue melodie sono sempre state essenziali, mai sovraccariche, sempre capaci di colpire con precisione chirurgica,quasi come versi sussurrati all’orecchio.

 

Eppure, dietro la delicatezza delle sue canzoni, si nasconde una vita attraversata anche da ombre profonde. Il gesto estremo del tentato suicidi, di cui oggi hanno parlato di nuovo tutti, quel proiettile rimasto vicino al cuore, mai rimosso, un gesto diventato nel tempo una sorta di simbolo tragico, quasi a ricordare quanto sottile possa essere il confine tra dolore e creazione artistica.

 

Il rapporto con il Festival di Sanremo è stato complesso, perché Paoli non è mai stato un artista considerato da gara, eppure ha attraversato anche quel palco, portando con sé un modo diverso di intendere la musica, meno legato alle classifiche e più alla verità espressiva. La sua presenza, anche in quel contesto, ha sempre rappresentato una voce fuori dal coro.

 

Negli anni, Gino Paoli non ha mai smesso di raccontare l’amore, la solitudine, il tempo che passa. La sua voce, sempre più scabra e vissuta, è diventata essa stessa uno strumento narrativo, capace di restituire ogni sfumatura dell’esperienza umana. Non ha mai cercato di inseguire le mode, preferendo restare fedele a sé stesso, e a quel bisogno originario di dire qualcosa di autentico.

 

Oggi, parlare di Gino Paoli significa parlare di una parte fondamentale della nostra cultura musicale italiana. Le sue canzoni continuano a vivere perché non appartengono a un’epoca precisa, le conoscono i 12enni e gli 80enni, e questo è un gesto potente, che non tutti possono vantarsi di riuscire a fare.

Sono senza tempo, nel vero senso della parola. E forse è proprio questo il suo lascito più grande, l’aver trasformato la fragilità in arte, e l’arte in qualcosa che ci somiglia profondamente.

Le nostre più sincere condoglianze alla famiglia, a chi lo amava come persona e chi lo adorava come artista, siamo tutti in lutto per un grande artista che non c’è più.