Ci sono spettacoli che semplicemente tornano in replica. E poi c’è il Café Chantant – My World di Lara Sansone, che non resiste: avanza, cresce, si rinnova e non conosce battuta d’arresto.
Vederlo accogliere un ennesimo sold out al debutto presso il Teatro Mediterraneo di Napoli – la casa che oggi ospita il Sannazaro dopo l’incendio che ha ferito la sua storica sede – è il regalo più bello che si potesse fare a un prodotto artigianale, fatto a mano, cucito su Napoli con la stessa cura di un abito di scena. È risposta di una città che non ha mai abbandonato il suo teatro.

Lo spettacolo, tornato in scena solo per tre giorni – dal 16 al 18 ottobre – in attesa della lunga ripresa natalizia, ha confermato ancora una volta la sua formula vincente: tavolini al posto delle poltrone, come nei café-chantant francesi di duecento anni fa, per vivere il teatro non da spettatori distanti, ma da ospiti di un salotto raffinato, conviviale, caldo.
I colori, prima di tutto, dominano la scena. Sono un tripudio che ti avvolge: il verde, il bianco e il rosso del tricolore che esplodono in veli di tulle; il dorato delle luci di Luigi Della Monica che accarezza il palco; il bianco elegante degli abiti di scena; il fumo leggero che trasforma tutto in una giostra di sogni. Ogni quadro è un dipinto.

Poi le musiche di Ettore Gatta, che di anno in anno si rinnovano senza mai tradire la radice. Canzoni che conosci a memoria e che all’improvviso ti sembrano nuove. E i solisti in scena – Lucio Pierri, Massimo Peluso, Mario Aterrano, Tony Guido – che non si limitano a cantare o argomentare. Ad un certo punto non ti sussurrano all’orecchio pensieri e versi. E ti emozioni, perché senti che quella nota, quella riflessione, è solo per te.
È questo il miracolo del Café Chantant: l’affiatamento di un cast che non è più tale, ma è famiglia. Si vede, si sente. Tutti sulla scena e dietro le quinte, ridono, si cercano, si sostengono. È la logica stessa dello spettacolo, dove l’orchestra dal vivo e il balletto del Sannazaro, con le coreografie sempre impeccabili di Alessandro Di Napoli, non sono un contorno ma un corpo unico.

E in quel corpo, Napoli e Parigi si incontrano senza sforzo. Nel repertorio, nelle canzoni, nelle citazioni: la chanson francese si mescola alla canzone classica napoletana, il varietà di Montmartre abbraccia la sceneggiata, e tutto torna. Perché in fondo il café-chantant siamo noi.
Da applausi i costumi di Luisa Gorgi Marchese e Mariano Ranno – con acconciature di Carmine Russo e trucco di Ciro Florio – che di anno in anno si superano risultando più ricchi, più luminosi, più coraggiosi.
E al centro di tutto, lei. Lara Sansone. Non perde accenti, li acquista. Ad ogni replica è più regina, più padrona del suo palcoscenico, più leggera e più intensa allo stesso tempo. C’è in lei lo smalto, la classe e la verità di chi il teatro lo ha nel sangue. Proprio come nonna Luisa Conte, di cui raccoglie con grazia e forza l’eredità più preziosa.
Il Café Chantant è tornato. Più vivo che mai. E il sold out del Mediterraneo lo dimostra: quando il teatro è fatto con amore, la gente lo sente. E non lo lascia più.




