In questi giorni si è parlato molto di Bad Bunny al Super Bowl, forse troppo, da chi lo inneggiava a nuovo Gramsci a chi lo criticava aspramente, perdendo un po’ il suo gesto e il fulcro della situazione. Forse perché non riusciamo più a vedere il positivo?
Il gesto di Bad Bunny ad un evento come quello del Super Bowl è stato potente e innegabile, è stato come urlare in faccia Trump e chi la pensa come lui: io prendo posizione. E oggi, più di chiunque altro, incarna l’idea di un’America che prova davvero a essere unita.
In un Paese che si racconta come melting pot ma che fatica ancora a guardarsi allo specchio, Bad Bunny è una presenza scomoda e necessaria. Non perché urla più forte, ma perché non chiede permesso. Porta la lingua spagnola dove per anni è stata tollerata a malapena, porta la storia di Porto Rico in un’industria che l’ha sempre trattata come periferia, porta la lotta sociale dentro il mainstream senza edulcorarla.
Dove tutti facevano video ridendo perché non si capiva nulla lui ha fatto uno spettacolo tutto in lingua spagnola.
Ogni sua apparizione pubblica, ogni palco, ogni scelta estetica è pensata come spettacolo nel senso più alto del termine. Spettacolo. Totale. Politico. Culturale. Emotivo.
Parlano di colonialismo, di violenza sistemica, di mascolinità tossica, di libertà di genere, di amore per la propria terra. E lo fanno senza slogan facili, senza bandiere sventolate a caso, ma con testi che restano addosso e immagini che ti costringono a pensare.
Bad Bunny affronta chi sta in cima semplicemente rifiutando di adeguarsi.
Difendere il proprio Paese, oggi, non significa chiudersi, significa pretendere rispetto. E Bad Bunny lo fa per Porto Rico, per la diaspora latina, per chi non ha voce ma si riconosce nelle sue parole. Per tutti i bambini sognatori.
È una lotta per la pace, sì, ma una pace che passa dalla giustizia. Non quella comoda, ma quella che disturba, che si fa sentire, a volte con la musica.
E poi c’è il capitolo critiche, che non può mai mancare.
Questa volta la critica è stata prevalentemente una all’unisono, la scelta dell’abito.
Criticarlo perché ha vestito Zara , l’unica scelta davvero discutibile in mezzo a un percorso artistico e politico coerente , è il classico esercizio di chi cerca il pelo nell’uovo dal proprio divano di casa.
Sono d’accordo che Zara è una scelta discutibile, soprattutto da uno che di possibilità ne ha e che dal suo palco può lanciare messaggi profondi.
Lo so, Zara è parte del grandissimo problema del Fast Fashion che è giusto condannare e contro il quale è giusto lottare aspramente, ma questo basta a rendere vano il gesto?
È più facile indignarsi per un brand che confrontarsi con i messaggi che porta, con le domande che solleva, con il disagio che provoca.
Io sono una di quelle che acquista solo ai mercatini, in negozio second hand, su vinted, eppure, per una volta non mi sono arrabbiata, perché ho guardato oltre, e so che non si può correre se prima non s’impara a camminare.
Bad Bunny ha fatto un primo passo, potente, per poter far correre tutti gli altri.
È andato contro l’ICE, è andato contro al concerto di cultura univoca, è andato contro a una visione d’America qualunquista in cui esistono solo gli Stati Uniti, ha fatto un passo importante, e noi ancora una volta cadiamo a cercare il pelo nell’uovo.
È qui che cade la sinistra, è qui che cade la possibilità di ricostruirci, di sognare un mondo migliore, di volere una pace, cade quando non riusciamo a vedere i progressi, quando ci facciamo mangiare solo dalla rabbia, quando non ci accontentiamo mai, anche quando siamo sazi.
Zara voleva essere un modo per rappresentare tutti, per farli sentire parte dell’esibizione e del percorso, che poi, non sia stata la scelta più saggia, siamo pienamente d’accordo, ma non infanga tutta l’esibizione e il gesto che ha fatto verso tutti gli americani, non statunitensi, che si sentono in pericolo.
Bad Bunny non è perfetto. E per fortuna.
È reale. È complesso. È contraddittorio. Proprio come l’America che racconta e che sfida.
L’errore non è da poco, lo so bene anche io, ma in un momento come questo, è importante la sostanza e sapere su cosa sia realmente giusto concentrarci.
E dunque io mi chiedo: esiste un vero e giusto attivista? Esiste davvero chi fa le cose totalmente corrette e non sbaglia mai?
Secondo me no, la risposta è inesorabilmente no.
Perché tutti ci concentriamo ad analizzare ogni movimento, ogni parola, ogni gesto, con la lente di ingrandimento, e a cercare di sotterrare chi per una volta ce la sta facendo, facendo la cosa giusta.
Magari per invidia, magari per avidità, chissà.
La verità è che è vero quello che dico: agli altri non andrà mai bene niente, e lo vediamo in questi giorni.
Sotterrare è più facile che venire fuori dalla terra.
Non so dove questo atteggiamento porterà noi che crediamo in un lieto fine, in una pace, in una lotta per la giustizia, ma se le armi degli altri sono sempre così taglienti, la vedo dura.
Ma soprattutto, mi domando, chi sta criticando così duramente Bad Bunny, cosa sta facendo per risollevare il clima attuale? Cosa sta facendo per migliorare il mondo? Perché a volte è più semplice lottare dal divano, che fare qualcosa di concreto.




