Le parole dell’ex campione olimpico dei 100
Marcell Jacobs rompe il silenzio e dopo aver gettato ombre sul prosieguo della sua carriera, ai Mondiali di settembre di Tokyo, torna a parlare dalle pagine di La Stampa.
Tre mesi dopo, lui stesso ammette di non aver risolto del tutto il nodo: è ancora «in fase di riflessione», perché troppe cose lo hanno portato a «perdere la scintilla».
Nonostante abbia ritrovato serenità con la famiglia e smaltito la delusione, la miccia non si riaccende: «Fatico a tenerla accesa… mi manca il primo passo». Il richiamo della pista? «No, zero, e questo un po’ mi preoccupa».
Non si dà scadenze. Si sente un uomo momentaneamente senza pressioni, con la moglie Nicole che lo sostiene ma non lo spinge.
Se dovesse ripartire, però, sa da dove farlo: resterebbe in Florida. Jacobs pensava di potersi gestire da solo a 31 anni, ma ha capito che “vale solo finché va tutto liscio”. Ora pretende garanzie, anche se Reider gli ha offerto rassicurazioni: «Se riprendo non posso permettermi errori».
Non nasconde che a fine stagione si è accorto dei dettagli trascurati, del tempo perso, degli intoppi con lo staff. E sa che ripartire significherebbe anche guardare al 2028, non a un obiettivo a breve termine. L’aspetto economico conta il giusto: «La moneta da sola non è una motivazione».
Con la federazione i rapporti sono ai minimi, dopo il suo declassamento dagli atleti top. Lui nota che, pur raggiungendo la finale olimpica, gli sono stati presentati parametri diversi rispetto ad altri, e dice di essersi sentito «preso in giro». Aggiunge che la vicenda è stata complicata anche dalla gestione dei contatti e da una mancanza di comunicazione diretta con il suo allenatore.
Poi c’è la ferita del caso spionaggio, che per lui ha avuto un peso enorme: «Mi ha destabilizzato… pagare qualcuno per frugare negli affari miei è inconcepibile». Non vuole fare congetture sul ruolo di altri membri della famiglia Tortu, ma si concentra sul tema della rivalità sportiva, ricordando quando l’unico modo per battere Filippo era lavorare più duramente, senza altri pensieri.
Eppure, quando si sono ritrovati in nazionale, tutto è filato più liscio del previsto: «Magari i primi 5 minuti… poi tranquillo».
Sulla percezione pubblica – lo scetticismo, i sospetti immotivati – è netto: c’è chi vive di narrazioni da social e continua a ripetere che sia “comparso” e poi “sparito” dopo Tokyo. Lui ne soffre, perché annulla anni di lavoro: «Dà un fastidio indicibile».
La vita negli Stati Uniti, intanto, è diventata una scelta familiare: i figli si sono ambientati, e lui si scopre più attento all’equilibrio quotidiano che alla propria carriera. Di Anthony osserva ogni movimento quasi da coach, divertito dalla sua forza e velocità “non mia”. Della piccola Meghan gli fa paura il mondo in cui dovrà crescere, e si chiede come educarla senza toglierle la sua ingenuità.
Ha riallacciato un contatto con il padre, seppur soft, e guarda già al futuro oltre l’atletica: l’Academy di Desenzano è un progetto a cui ha dato idee, tempo, identità, e vorrebbe replicarlo nel mondo.
Quanto all’atletica italiana, non pensa che si sia sprecato talento: tutto segue cicli. «È come la vita: scendere e salire».




