Anna Foglietta passa dietro la macchina da presa e sceglie di raccontare una coppia qualunque, una famiglia apparentemente serena e quel momento in cui, quando le abitudini vengono meno, ci si trova costretti a chiedersi chi siamo davvero.
Ci sono film che raccontano grandi avventure e poi ci sono film che trovano il dramma proprio dove, apparentemente, non succede nulla. Una storia, opera prima di Anna Foglietta, appartiene alla seconda categoria. Il film, presentato a Venezia 83 nella sezione Orizzonti e nelle sale dal 24 settembre, prende una situazione semplice e riconoscibile, una coppia che rimane sola quando la figlia lascia casa, e la trasforma in una riflessione sul tempo, sui desideri rimasti in sospeso e sulla difficoltà di immaginare un futuro quando si è smesso, quasi senza accorgersene, di farlo.
Al centro ci sono Erika e Mauro, interpretati da Alba Rohrwacher e Guido Caprino. Lei lavora come cassiera in un supermercato, lui è impiegato nell’attività del padre. Vivono in provincia, dentro una quotidianità fatta di orari, faccende domestiche, lavoro e piccoli rituali familiari. La loro sembra una vita senza particolari scosse. Poi Irene, la figlia, parte per l’università e quella casa improvvisamente appare diversa.
È qui che il film trova il suo punto di partenza più interessante: il problema non è soltanto l’assenza della figlia, ma tutto ciò che quell’assenza rende finalmente visibile.
Erika e Mauro hanno costruito la propria identità attorno alla famiglia senza interrogarsi troppo su cosa sarebbe successo quando il ruolo di genitori non avrebbe più occupato ogni spazio. Il distacco della figlia diventa quindi una sorta di specchio.
Erika si ritrova con un tempo che non sa più come riempire. Mauro continua invece a muoversi dentro una quotidianità che sembra immutabile, anche se sotto la superficie accumula frustrazione e parole mai pronunciate. La crisi della coppia nasce così più dal silenzio che dal conflitto.
Foglietta sceglie di non trasformare i suoi personaggi in eroi o vittime. Sono persone comuni, con problemi comuni, e proprio questa normalità costituisce la materia del film. La regista sembra domandarsi cosa accade quando, tolti i compiti che la vita ci assegna, resta soltanto la persona che li ha svolti.
La scelta stilistica è coerente con questa idea. Una storia procede con un ritmo volutamente dilatato, lasciando spazio agli sguardi, ai gesti ripetuti e alle pause. La macchina da presa osserva spesso i protagonisti da una certa distanza, come se anche l’immagine avesse bisogno di tempo per avvicinarsi a loro.
La fotografia di Andrea Benjamin Manenti e il lavoro alla macchina di Alain Parroni costruiscono un universo visivo molto studiato, nel quale i personaggi sono talvolta parzialmente nascosti, decentrati o separati da elementi dell’ambiente. Una soluzione che accompagna il loro progressivo smarrimento e che, nel corso del racconto, tende a modificarsi insieme a loro.
È anche l’aspetto che ha diviso maggiormente la critica. Se alcuni hanno apprezzato la ricerca visiva e la capacità di trasformare la quotidianità in una materia cinematografica, altri hanno osservato come l’estetica, in alcuni passaggi, finisca per prendere il sopravvento sulle emozioni dei personaggi.
Gran parte della forza del film passa dagli interpreti.
Alba Rohrwacher costruisce un’Erika trattenuta, quasi impermeabile, una donna che non riesce immediatamente a dare un nome al proprio disagio. La sua crisi non esplode in maniera spettacolare: si manifesta nei dettagli, nei momenti di immobilità, nella difficoltà di riconoscersi nella vita che ha costruito.
Guido Caprino interpreta invece un uomo abituato a incassare, a rispettare ruoli e gerarchie, anche all’interno della propria famiglia. Mauro appartiene a quella categoria di persone che sembrano avere sempre qualcosa da dire ma non trovano mai il modo di dirlo. Quando finalmente le emozioni riescono a uscire, il risultato è tanto più efficace proprio perché arriva dopo una lunga serie di silenzi.
La loro coppia non viene raccontata attraverso grandi tradimenti o svolte melodrammatiche. Il vero conflitto è più sottile: è la distanza che può crescere tra due persone mentre continuano, giorno dopo giorno, a vivere la stessa vita.
Foglietta non sembra interessata soltanto alla cosiddetta “sindrome del nido vuoto”. Il film allarga la questione e arriva a una domanda più universale: cosa rimane di noi quando smettiamo di essere indispensabili agli altri?
La regista ha spiegato di voler raccontare persone che appartengono al mondo del lavoro e della provincia, ma che possiedono comunque il diritto di porsi interrogativi esistenziali. Il desiderio, nella sua visione, non dovrebbe essere un privilegio riservato a chi ha tempo, denaro o strumenti culturali per permetterselo.
Ed è forse qui che il titolo acquista il suo significato più preciso. _Una storia_ non è la vicenda straordinaria di qualcuno destinato a cambiare il mondo. È una storia qualsiasi. Ed è proprio per questo che potrebbe appartenere a molti.
Il passaggio di Anna Foglietta alla regia rivela un’ambizione evidente: utilizzare una vicenda intima per parlare di una condizione collettiva. Il film guarda alla provincia, alla famiglia e alla quotidianità senza cercare facili consolazioni.
Non tutto, però, sembra trovare lo stesso equilibrio. Alcune recensioni hanno evidenziato una certa distanza emotiva e una ricerca formale talvolta troppo evidente, mentre altre hanno riconosciuto al film il merito di aver affrontato con sincerità una crisi familiare lontana dai cliché del dramma spettacolare.
Resta comunque un elemento interessante: Foglietta debutta dietro la macchina da presa scegliendo deliberatamente il piccolo invece del grande, il quotidiano invece dell’eccezionale. E in quella cucina, in quelle stanze diventate improvvisamente troppo grandi, nei silenzi tra marito e moglie, prova a cercare una domanda che riguarda tutti.
Che cosa succede quando la vita che abbiamo costruito continua a funzionare, ma noi non ci riconosciamo più dentro?




