In bagno mi è apparsa una mucca. Stavo lì che fissavo le piastrelle, assorto nei miei pensieri, e solo chi come me vive in casa con altre sei persone, tanti siamo, può capire come a volte il bagno possa davvero diventare il solo posto dove starsene per qualche minuto in solitudine, quando mi sono accorto che su una di esse, su una piastrella, c’era l’immagine del volto di una mucca. Niente di mistico, quindi, né il volto di Gesù, né, che so?, Padre Pio, un santo considerato a torto minore, no, a me è apparsa una mucca. Nel senso, nei disegni in gres porcellanato delle piastrelle, ricordo perfettamente quanta fatica ha fatto il muratore che si è occupato di tagliarle per farle coincidere perfettamente con la pianta sghemba di quella stanza, tra anse e muretti lì dove ora si trova la doccia è stato immagino un lavoro difficile, di fatica oltre che di precisione, c’è chiaramente il volto di una mucca. Sempre che anche parlando di mucche si dica volto, al momento non ne sarei poi così sicuro. A questo punto, lasciando che ancora una volta a dettare la trama di quel che scrivo, e anche considerando che aldilà della tenda che si trova a pochi centimetri da quel volto di mucca, il bagno è una delle poche stanze di questa casa provvista di tende, abitiamo a un settimo piano con pochi palazzi della medesima altezza di fronte, molto luminoso, e con mia moglie abbiamo deciso che non volevamo troppe tende, non ne abbiamo in camera nostra, non ne abbiamo in sala, dove per intenderci ci sono tre porte finestre che affacciano su due balconi, casa nostra è praticamente circondata da balconi, sono quasi tutte porte finestre, a questo punto, lasciando che ancora una volta a dettare la trama di quel che scrivo, e anche considerando che aldilà della tenda che si trova a pochi centimetri da quel volto di mucca è da un paio di anni sorto un palazzo lì dove prima c’era un garage, tipico vezzo milanese, o della Milano di Beppe Sala, quella di abbattere un garage, quindi un edificio alto giusto tre metri, e tirarne su un palazzo di sette piani, un palazzo che ho quindi letteralmente visto crescere, centimetro dopo centimetro, e che ho soprattutto sentito crescere, colpo di martello pneumatico dopo colpo di martello pneumatico, prima o poi qualcuno dovrà dire chiaramente che il problema vero di Milano non è tanto lo smog smog, quello delle cosiddette polveri sottili, quanto lo smog acustico, il costante rumore che ci tiene in ostaggio, comunque, a questo punto, lasciando che ancora una volta a dettare la trama di quel che scrivo, e anche considerando che aldilà della tenda che si trova a pochi centimetri da quel volto di mucca è da un paio di anni sorto un palazzo lì dove prima c’era un garage, un palazzo di sette piani, un palazzo che ho quindi letteralmente visto crescere, centimetro dopo centimetro, e che di colpo, puf, ha smesso di crescere, nel senso che si è fermato quando ormai sembrava sul punto di essere finito, mancavano giusto gli ultimi dettagli, ecco, a questo punto, a lasciando che ancora una volta a dettare la trama di quel che scrivo, e anche considerando che aldilà della tenda che si trova a pochi centimetri da quel volto di mucca è da un paio di anni sorto un palazzo lì dove prima c’era un garage, palazzo i cui lavori si sono improvvisamente fermati quando il palazzo sembrava sul punto di essere finito, un palazzo che quindi avrebbe preso vita, avrebbe portato nuovi vicini, invece è lì, fermo, un paio di operai che arrivano con calma tutti i giorni, a fare non si è capito bene cosa, sistemare dettagli irrilevanti, come se uno avesse, che so, costruito un auto e poi si fosse fermato perché ancora manca il frontalino dell’autoradio, e so che i frontalini dell’autoradio credo non esistano più da almeno una ventina d’anni, ho fatto il primo esempio che mi è venuto in mente, non troppo azzeccato, ma sto qui che stavo assortito nei miei pensieri quando mi è apparso il volto di una mucca in bagno, suppongo di avere almeno le attenuanti generiche, e tutto questo, non fatemi ripetere tutta la pappardella parola per parola, sapete che posso farlo e posso farlo anche velocemente usando ctrl+C e poi ctrl+V, queste modalità massimaliste di scrittura possono essere utili, ma non sono indubbiamente un obbligo, tutto questo, dicevo, poi torno a parlare di mucche e di volti e di piastrelle, tutto questo mi potrebbe concedere il la per parlare di come gli operai del settore edile, non solo gli operai del settore edile ma soprattutto gli operai del settore edile, settore che almeno a Milano godono di un eccesso di richiesta, trovare un muratore o un idraulico o un elettricista per un lavoretto minore, di un paio d’ore, è praticamente impresa impossibile, o ristrutturi casa o ti arrangi, e io in effetti mi arrangio, da ben prima che Milano diventasse la Milano di Beppe Sala e tutto questo diventasse un incubo per i milanese, di nascita o adottivi, io vivo qui da ventotto anni, ecco, tutto questo mi avrebbe potuto concedere il la per parlare di come gli operai del settore edile, non solo gli operai del settore edile ma soprattutto gli operai del settore edile, arrivati a pochi centimetri dal traguardo, tendano a fermarsi, e a fare le ultime cose, i cosiddetti dettagli, ad minchiam, come avrebbe detto il mai abbastanza ricordato professor Scoglio. Roba di cui, ovviamente, ti accorgi esattamente nel momento in cui hai saldato l’ultima tranche di pagamento del lavoro, una presa che non funziona, un rubinetto montato male, una parte del box doccia fatto senza la dovuta perizia, roba che lì per lì ti innervosisce, ma sulla quale soprassiedi, non hai del resto alternativa, e che poi, nel giro di mesi, anni, diventa un problema assillante, di quelli che ti costringono a chiamare un operaio che però, non essendo un lavoro complesso e costoso, si rifiuterà di venire da te a ripararlo. Un atteggiamento strano, immagino figlio di quel potere che essere professionisti molto ricercati ti concede, nel mio settore se sbagli qualcosa poi ne paghi le conseguenze, e ti fai un cattivo nome, in quello sembra che ci sia talmente tanta richiesta che anche avere un cattivo nome non sia caratteristica da considerarsi negativa, un dettagli irrilevante come un rubinetto che goccia, una presa che non conduce energia elettrica, il box doccia che non chiude bene.
Tornando però a noi, questa degli operai che lasciano i lavori incompiuti a pochi centimetri dal traguardo è argomento appassionante, almeno per me, ma non argomento di questo pezzo, in bagno mi è apparsa una mucca. Lì, su una piastrella di gres porcellanato, scelta con cura nel momento in cui abbiamo deciso il passo di cambiare casa, anni fa. La cosa mi ha sorpreso, al punto che ne sto parlando qui e ora, vai poi a capire se questa cosa è successa in effetti adesso, un’ora fa o magari quando questa casa, quella che è casa mia, modo improprio per dire appartamento, siamo all’interno di un palazzo, in una zona residenziale di Milano, il palazzo che ci hanno costruito di fronte sarà, Dio e gli operai che non lo hanno ancora finito volendo, uno di quei palazzi fighi, milanesi, con alberi sui terrazzi, spazio di coworking, parcheggio per le bici e i monopattini elettrici a fianco della portineria e, temo, anche qualcosa che somigli a una palestra da qualche parte, qui che una volta era tutto un campo di grano, una vecchia ferrovia con vicino il cinema di periferia cantato da Battisti in Pensieri e parole, Mogol viveva da queste parti, ai tempi in cui scrisse quei versi, potere della gentrificazione, o forse in questo caso semplicemente dell’espansione urbanistica, vai a capire, dicevo, vai poi a capire se questa cosa è successa in effetti adesso, un’ora fa o magari quando questa casa, questo appartamento, è divenuto casa mia, anni fa, dettaglio questo sì poco rilevante, la cosa mi avrebbe colpito, in caso, al punto da ritirarlo fuori a distanza di anni, e a ritirarlo fuori non tanto per fare conversazione, quando uno scrive non sta conversando, non fosse altro perché chi legge non ha modo di rispondere, o almeno di rispondere in tempo reale, i commenti che magari uno lascia in calce alla pubblicazione del link di un articolo non arrivano mai in tempo reale, e magari chi ha scritto quel pezzo non li leggerà mai, magari è anche morto, potrete ben immaginare come l’autore di questo pezzo, che poi sarei io, io che passo momentaneamente alla terza persona perché l’occasione lo rende necessario, potrete ben immaginare come l’autore di questo pezzo stia al momento scrivendo per mezzo di una cannuccia infilata in bocca, avendo entrambe le mani impegnate in gesti ancestrali atti a cacciare via la malasorte, malasorte per altro chiamata a gran voce dall’autore medesimo del pezzo in questione, nel momento in cui ha scritto che magari l’autore del pezzo, nel momento in cui voi lo commentate sui social, potrebbe essere morto, non tenendo conto che questo potrebbe comunque avvenire tra anni, decenni, anche, sempre che tra anni e decenni ci siano ancora i social per come li conosciamo adesso, dubito fortemente, ci siano ancora gli articoli scritti, dubito ancora di più, e ci sia più in generale il genere umano, su questo, per pudore, soprassiedo, la scrittura funziona così, si parte da un legame diretto e stretto tra chi scrive e chi legge ma manca il punto esatto di questo contatto, che per altro potrebbe anche non esistere mai, non è detto che quello che si scrive venga letto, addirittura che venga pubblicato, figuriamoci sapere come e quando e dove quello che uno ha scritto troverà un lettore attento, al punto da aver seguito fin qui un esile trama come questa, c’è uno seduto presumibilmente sulla tazza del cesso che si accorge che su una piastrella in gres porcellanato del bagno c’è una macchia che somiglia al volto di una mucca, mentre fuori un palazzo stenta a essere finito, la Milano operosa e aggressivamente espansionistica di Beppe Sala a rubare metri quadri al mondo circostante, per anni c’è chi ha temuto le scie chimiche, invece avrebbe fatto bene a concentrarsi sulla SCIA e basta.
Entro momentaneamente nel merito di quello che dicevo prima, rispetto al rapporto tra chi scrive e chi legge, ricorderete indubbiamente la faccenda dello scrittore che potrebbe essere morto, io ancora a scrivere con una cannuccia in bocca, come Daniel Day Lewis ne Il mio piede sinistro. Fin qui avete letto un continuo rimando alla frase iniziale, quella dell’apparizione del volto della mucca su una piastrella del bagno. Un continuo rimando che è andato di volta in volta ingigantendosi, con questo espediente retorico per cui ogni volta ho inserito un dettaglio, mettendoci qualche deviazione sul percorso primario nel mezzo, salvo poi ricominciare da capo, con il discorso che si infittiva. Ecco, da qui in poi, sono passate oltre milleottocento parole dall’inizio, la faccenda cambierà un poco, per scelta narrativa, indubbiamente, ma anche per contingenza, lo dico soprattutto a chi si sta leggendo questo testo in un’unica lunga sessione, pensando che anche la scrittura sia frutto di un’unica lunga sessione, col flusso di coscienza, o meglio con la lettura del flusso di coscienza si è portati a intendere le cose così. In realtà, nel mentre, ho fatto di tutto. Almeno tre lunghe telefonate di lavoro, su progetti che vedranno la luce fra mesi, in un caso addirittura tra un anno, per noi critici musicali oggi funziona così, un tempo si scriveva in ciabatte a casa, oggi si opera prevalentemente frontalmente, come i professori delle scuole medie, andando di fronte a una telecamera o di fronte a un pubblico, che so?, in un teatro, normale che si debba fare una programmazione su lunga gittata, programmazione che spesso non finisce da nessuna parte, è il gioco dell’essere liberi professionisti. Ho quindi fatto almeno tre lunghe telefonate. Ho controllato compulsivamente e annoiatamente i social. Ho guardato in streaming un programma di un amico che non sono riuscito a guardare in diretta, come avrei voluto e forse anche dovuto. Sono uscito per fare la spesa, proprio quando ovviamente è arrivato il fattorino di Amazon, cui ho chiesto imprudentemente di lanciarmi il libro che stavo attendendo, un libro di scuola di uno dei miei due figli in età scolare, libro che poi ho prontamente recuperato. Non ho fatto merenda, perché sono giorni nei quali non sono il splendida forma e per i medesimi motivi sono andato più volte in bagno, di qui era in effetti nata l’idea di cominciare questo pezzoin parlando del volto di mucca che, in effetti, è ancora lì. In buona compagnia, colpo di scena. Perché allargando lo sguardo, questo non è accaduto adesso, mentre per la cronaca sto seduto di fronte al mio PC, in studio, non certo seduto sulla tazza, anche in questo è chiara la sospensione di dubbio che lo scrittore pretende dal lettore, perché, quindi, allargando lo sguardo ho capito che quello che mi sembrava il volto di una mucca, di colpo apparso su una piastrella in gres porcellanato del mio bagno, nei fatti è un disegno della medesima piastrella in gres porcellanato, e in quanto disegno di una piastrella è replicato in decine di altre piastrelle presenti nello stesso bagno. Sono in sostanza circondato da volti di mucche, come in una versione appena un filo più imbarazzante della nota scena del film Il mondo dietro di te, lì erano cervi. Anni fa anche io ho vissuto una scena del genere, circondato da cervi in mezzo alla natura. Qualcosa al tempo stesso di affascinantissimo e di inquietante. Eravamo in Francia, nella Loira. Avevamo affittato una casa, come punto d’appoggio, e poi ce ne andavamo in giro in lungo e in largo, vedendo castelli, paesi, luoghi ameni. Un giorno decidiamo di fare visita a un parco naturale non troppo distante da lì, Boutissaint. Sapevamo che c’erano dentro dei cervi, e che comunque sarebbe stata una piacevole giornata passata in mezzo alla natura. Prima di entrare ci siamo fermati a fare un picnic nel parcheggio, già in mezzo agli alberi, e mentre mangiavamo abbiamo visto dei cerbiatti, o dei daini, vai a capire la differenza, che sono passati lì a due passi da noi, come se niente fosse. Poi arrivati alla biglietteria, in pratica si pagava il biglietto per passare una porta immaginaria, come quando si fanno i safari in Africa, perché il parco non è ovviamente cinto da una protezione, quando siamo comunque arrivati alla biglietteria abbiamo scoperto che l’attrattiva locale era un cervo bianco, immagino albino, sulle foto dei depliant bellissimo. La bigliettaia, cinicamente, ci ha detto che le possibilità di vederlo erano praticamente nulle, ma che avremmo visto comunque tanti animali allo stato brado. Ci siamo incamminati e abbiamo iniziato a vagare per questo parco enorme, tra alberi e sentieri. Abbiamo visto daini, cerbiatti, anche cervi, in lontananza, a scornarsi tra loro. Tutto molto emozionante. Poi abbiamo visto dei cinghiali, chiusi dentro una rete, immagino per salvaguardarli e salvaguardarsi, e ci siamo interrogati su quanto quei cervi che si scornavano tra loro fossero in effetti pericolosi, e abbiamo cominciato a costeggiare un sentiero che portava in un tratto di foresta più fitta. Finché non ci siamo trovati in riva a un laghetto, neanche troppo piccolo, con una altura su un lato e quella che sembrava una spiaggia sull’altro. A quel punto, in un silenzio imperioso, lo abbiamo visto. Il cervo bianco, quello dei depliant, quello che ci era stato detto non avremmo visto, si è palesato, seguito da un nutrito gruppo di cervi non bianchi. È arrivato verso il lago e poi ci si è immerso, attraversandolo. Una scena emozionante come poche nella mia vita. Incredibile. Il silenzio era rotto solo dai versi dei cervi, e dal rumore dello zoccolio nell’acqua, evidentemente bassa, del lago. Nessuno di noi si è mosso, incantati e forse anche impauriti, non parlo per me. Dico forse impauriti perché, quando il cervo bianco è uscito dal lago, allontanandosi, seguito dagli altri cervi, e quando quindi, superato l’incanto, abbiamo deciso di proseguire nella nostra camminata, sottolineando come avessimo da poco vissuto un momento fantastico, ci siamo resi conto che alle nostre spalle, in quella che era una foresta non ancora fittissima, c’erano decine, ma che dico decine, centinaia di cerbiatti e daini che ci stavano fissando. Ora, dire che un cerbiatto ti fissa minaccioso fa ridere, lo so. Pensateci circondati da tanti simil-Bambi che ci fissano, spauriti. Però, nei fatti, almeno due quinti della nostra famiglia, nello specifico mia moglie Marina e nostro figlio grande Francesco, non hanno colto nulla di particolarmente romantico in questa scena, ravvedendo semmai uno scenario simile a quello del film distopico con Julia Roberts da cui questa ennesima divagazione ha mosso i suoi passi. Inutile dire che il finale è stato diverso, dal momento che son qui a scriverne, a mia volta circondato dagli sguardi da mucca delle mucche che si intravedono nelle macchie disegnate sulle piastrelle in gres porcellanato del mio bagno. Ecco, se mia moglie sarebbe potuta essere una versione riccia di Julia Roberts, io sarei piuttosto una versione grassa della nota foto di Frank Zappa seduto sulla tazza, una delle sue più iconiche, non per nulla ho scelto di citarlo in quella che è da anni la mia foto ufficiale, i due codini a lato del viso, gli occhialoni rosa da mosca a incorniciare lo sguardo.
In bagno mi è apparsa quindi una mucca. È stato qualcosa di sorprendente, e Dio solo sa quanto sia difficile oggi farsi sorprendere da qualcosa, distratti e frammentati come siamo. Al tempo stesso romantico e inquietante. Una mucca in città, per altro, dove in genere il solo segno della presenza di animali, cani, quindi, è data dalle tracce fecali che si trovano lungo la via, o, per rimanere alle mucche, la puzza di letame che arriva a folate in quei giorni nei quali l’umidità è alta, l’aria stazione come se fossimo dentro una stalla, sempre della stessa sostanza di cui sono fatti gli incubi si tratta.
Questo per dire che ho deciso, non capita spesso, dovrebbe capitare più spesso, manca l’opportunità per lasciare che capiti, mi sono lasciato trasportare altrove dall’ascolto di un disco, la parola disco non si trova qui a caso. Parlo di Una lunghissima ombra di Andrea Laszlo De Simone, nuovo album di quello che è senza ombra lunghissima o cortissima di dubbio uno degli artisti più interessanti della nostra contemporaneità. Un album che ambisce a essere colonna sonora perfetta del presente, le incursioni recenti nel mondo delle colonne sonore del nostre, la sua vittoria ai Cèsar per la musica che ha scritto per il film Le Règne Animal di Thomas Kailley era stata la sua ultima prova in sala d’incisione, e quell’esperienza è tutta qui dentro, e al tempo stesso fuori da qualsiasi logica di contemporaneità, una volta avremmo detto che è “fuori dal tempo”, appunto. Un disco di diciassette tracce, che sono la summa di quanto Andrea Laszlo De Simone ha fatto fin qui in questi dieci anni e passa di carriera, canzoni che sono canzoni, canzoni che sono temi musicali per colonne sonore, canzoni che guardano al passato passato, canzoni che richiamano la forma suite, la sua ultima opera non legata a un film era appunto L’immensità, una suite vera e propria, orchestrale, qui ci sono lunghe intro e eccezionali interludi, a fianco di canzoni più tradizionali. Un disco in apparenza imperfetto, con suoni che sembrano troppo vintage per essere attuali, si va dall’orchestra allo scacciapensieri, con tutto quello che ci sta in mezzo, la voce a volte dentro il suono, ma che è capace come pochi oggi come oggi di portarti davvero altrove, un altrove dove incontrare un cervo bianco, o essere circondati da mucche mentre si sta seduti in bagno, non risulta affatto inusuale. Un plauso alla 42 Records di Emiliano Colasanti e Giacomo Fiorenza, che se lo tiene giustamente stretto, in mezzo a un repertorio prestigioso che vede nomi anche distanti tra loro, musicalmente, ma assai vicini sotto il profilo delle attitudini e delle intenzioni, da I Cani a Whitemary, da Alessandro Fiori a Colapesce e Dimartino, da Cosmo a Emidio Clementi e Corrado Nuccini, da Tutti Fenomeni a Marco Castello, davvero fare l’elenco è praticamente impossibile.
Per farla breve, in bagno mi è apparsa una mucca, era Andrea Laszlo De Simone e il suo Una lunghissima ombra.




