Se sei della Gen Z e sai cos’è una creepypasta hai un obbligo morale di andare al cinema a vedere Back Rooms.
Ci sono film che si guardano per intrattenimento e film che si guardano perché raccontano qualcosa di profondamente generazionale. Back Rooms appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È una di quelle opere che, al di là del valore cinematografico, sembrano quasi un obbligo morale per chiunque voglia capire l’immaginario contemporaneo nato e cresciuto su internet.
Il motivo è semplice: Back Rooms non si limita a raccontare una storia horror. Riesce a trasformare in linguaggio cinematografico un universo che milioni di ragazzi vivono ogni giorno online. Le creepypasta, i misteri virali, i video inquietanti che popolano YouTube, i forum, Reddit e i social diventano qui materia narrativa autentica, senza mai apparire come una semplice operazione nostalgica o commerciale.
Grande merito va al lavoro artistico che sostiene l’intera produzione. Dietro l’identità visiva del film c’è infatti un direttore artistico giovanissimo, nato nel 2005, che ha saputo portare sul grande schermo una sensibilità maturata direttamente all’interno della cultura internet. Un aspetto che emerge in ogni dettaglio della pellicola e che trova le sue radici in un progetto esploso su YouTube nel 2020, diventato negli anni un vero punto di riferimento per gli appassionati dell’horror digitale.
La forza di Back Rooms sta proprio in questa connessione autentica con il web. Non è un film che osserva internet dall’esterno, ma è un film nato dentro internet. E la differenza si vede. Le ambientazioni sembrano uscite da un incubo condiviso collettivamente online, quei luoghi impossibili che chiunque abbia navigato nel lato più oscuro e affascinante del web riconosce immediatamente.
La scenografia è probabilmente uno degli elementi più riusciti dell’intera opera. Corridoi infiniti, spazi vuoti, luci artificiali e ambienti sospesi tra realtà e sogno costruiscono un senso di inquietudine costante. Ogni inquadratura trasmette disagio e curiosità allo stesso tempo, senza bisogno di ricorrere a espedienti facili o jump scare eccessivi.
Ma anche il Sound Design non è da meno.
Anche la direzione estetica colpisce per coerenza e personalità. Le vibes sono perfettamente calibrate, c’è quel misto di nostalgia digitale, paura dell’ignoto e fascinazione per il mistero che ha caratterizzato un’intera generazione cresciuta tra video creepypasta, urban legend online e contenuti horror virali. Il risultato è un’atmosfera che non sembra costruita a tavolino, ma vissuta e compresa da chi ne conosce davvero le origini.
Back Rooms è quindi molto più di un semplice horror. È un omaggio sincero all’internet che ha formato l’immaginario della Gen Z. È la dimostrazione che linguaggi e paure nati online possono diventare cinema vero, senza perdere la loro identità. E soprattutto è la prova che una nuova generazione di creativi, anche giovanissimi, può portare sullo schermo qualcosa di fresco, riconoscibile e profondamente contemporaneo.
Per questo motivo vedere Back Rooms non è soltanto consigliato, è quasi doveroso, come dicevo all’inizio. Non solo per gli appassionati del genere horror, ma per chiunque voglia capire come l’estetica, i miti e le paure dell’era digitale stiano finalmente trovando la loro forma definitiva sul grande schermo.
E anche perché è stato il primo film a dare il via alla nostra apparizione, alla Gen Z come direzione creativa, alla Gen Z come mente di un progetto, e questo è impagabile.



