Il nuovo libro di Alberto Angela dedicato a Giulio Cesare sarebbe potuto essere l’ennesima occasione per mostrare quanto la divulgazione storica italiana possa essere ancora capace di coniugare rigore, passione e bellezza. E in parte lo è.
Sappiamo tutti che Alberto, proprio come lo era il padre, è un narratore straordinario, colto, capace di costruire ponti tra noi e il mondo antico come pochi altri sanno fare, ma questa volta qualcosa stona, qualcosa lascia l’amaro in bocca, e riguarda una scelta che, più che innovativa, appare come un passo indietro.
Questa scelta è proprio l’uso dell’intelligenza artificiale al posto di illustratori, artisti e professionisti dell’immagine, sia per quanto riguarda la copertina del libro, sia per il trailer.
La giustificazione ufficiale sarebbe quella di voler restituire un ritratto di Cesare “il più fedele possibile”.
Come se un bravo illustratore, con le sue competenze, la sua ricerca iconografica, la sua sensibilità visiva, non fosse perfettamente in grado di farlo.
Come se l’arte, quella vera, non avesse già dimostrato da secoli di saper ricostruire volti scomparsi con una profondità che nessun algoritmo può imitare davvero. La verità, purtroppo, sembra un’altra, oggi si taglia ovunque, si risparmia dove si può, e l’AI diventa il mezzo più rapido, più economico, più “efficiente”.
Ma a quale costo?
E poi si è davvero sicuri che sia così?
Il dispiacere diventa quasi ironico se si pensa alla figura di Alberto Angela, un uomo che vive di spettacolo, arte, televisione, e che conosce bene quanta cura richiedano queste professioni.
Sa quanto amore, quanto studio, quanta attenzione si nascondano dietro un’immagine ben fatta, dietro un disegno, un’inquadratura, un costume. Sono elementi che l’intelligenza artificiale, per sua natura, non può avere.
Non conosce la fatica, non conosce il mestiere, non conosce la scelta pensata e deliberata. E il risultato, purtroppo, si vede.
Manca la cura.
A rendere il tutto ancora più paradossale è la trovata del QR code in copertina, che rimanda a un trailer di due minuti e mezzo, un’idea davvero interessante, capace di unire editoria e cinema e di trasformare un libro in un’esperienza più ampia. Un’operazione che avrebbe potuto dare lavoro ad attori, registi, sceneggiatori, truccatori, costumisti, tecnici del suono, direttori della fotografia, tutte persone che avrebbero reso quel video non solo un contenuto promozionale, ma un piccolo spettacolo. E invece anche qui la scelta è ricaduta sull’AI. Ancora un’occasione persa, ancora un gesto che toglie spazio a chi fa dell’arte il proprio mestiere.
Personalmente, mi delude anche la partecipazione di Luca Ward, doppiatore eccellente, normalmente sinonimo di qualità. La sua voce avrebbe potuto impreziosire un progetto audiovisivo vero, frutto del lavoro di una troupe. Invece si ritrova a dare vita (o a cercare di darle) a un Cesare generato dall’AI, con tutte le rigidità, le incoerenze e la mancanza di anima che questi strumenti inevitabilmente producono quando pretendono di sostituire l’umano.
E allora la domanda sorge spontanea, quando sarà troppo tardi?
Abbiamo già visto Coca Cola buttare un mese di lavoro per fare un video spot, brutto, che ripropone immagini vecchie, realizzate in sole 24 ore da persone reali.
E abbiamo notato come la qualità fosse più bassa.
Quando ci accorgeremo che, abituandoci al brutto, al rapido, al superficiale, stiamo lasciando che la qualità svanisca? Che il mondo dell’arte si impoverisca fino a non riconoscerlo più? L’impoverimento delle immagini non è solo estetico, è culturale. È un abbassamento dello sguardo, della pretesa, del desiderio di bellezza. E un divulgatore, proprio un divulgatore, dovrebbe saperlo meglio di chiunque.
Per questo la scelta di Angela e di Mondadori lascia l’impressione di una bella idea sprecata, una strada brillante imboccata nel modo più sbagliato. Il progetto poteva essere un ponte tra mondi, un inno alla storia e all’arte insieme.
E invece è diventato un esempio di quella tendenza ormai dilagante a sostituire la competenza con la scorciatoia, la mano umana con un software. Un vero peccato, non solo per Giulio Cesare, non solo per il libro, ma per tutti noi che crediamo ancora che la cultura meriti cura, non risparmio.




