Quando giorni fa ho, in maniera assolutamente leggera, condiviso sui social lo screenshot che certificava come Laura Pausini mi avesse da tempo bloccato su X, si è scatenato il putiferio. Confesso, sulle prime, scrivendo la frase che avete appena letto avevo usato l’avverbio “prevedibilmente”, nello specifico avevo scritto “si è scatenato prevedibilmente il putiferio”. Poi sono tornato sui miei passi è l’ho cancellato. Perché sì, avevo immaginato riscuotesse un certo interesse, ma mai avrei pensato così tanto. E soprattutto mai avrei immaginato che il 90% e passa dei commenti, stavolta, fossero a mio favore. O meglio, fossero critici nei confronti della cantante di Solarolo, prossimamente all’Ariston nei panni della conduttrice del Festival di Sanremo. Sembra che al momento non stia riscuotendo grandi simpatie, quel che è poi successo dopo l’uscita del singolo e video Due vite, cover lievemente urlata della canzone con cui Mengoni ha vinto tre anni fa il Festival, è storia. La cosa buffa, si fa per dire, è che quel 10%, e sono generoso, che si è prodigato in difese spesso improbabili della nostra, difese non dal mio post, che diceva solo che quest’anno a Sanremo mi sarei divertito, quanto piuttosto delle centinaia e centinaia di commenti critici, per altro accusando tutti di odio, spesso con un linguaggio assolutamente da hater, non ha fatto altro che rendere quel post virale, contribuendo quindi a rendere la evidentemente poco “simpatica” artista, parlo di simpatie del pubblico, anche meno “simpatica”. Tra i vari commenti uno mi ha colpito, considerate che sono anni che vengo attaccato dalle fanbase degli artisti, quelli della Pausini in testa, sono piuttosto immune a questo tipo di violenza verbale, un commento che diceva qualcosa come “con tutto quel che sta succedendo nel mondo perdi tempo a criticare una cantante invece che a raccontare la cronaca e provare a risolvere qualcosa”. Ora, a prescindere che mi occupo di musica, e non di cronaca, e che comunque anche chi si occupa di cronaca e di cronaca internazionale difficilmente può risolvere un mondo evidentemente in caduta libera, salvandolo da se stesso, mi preme dire una cosa, tanto più adesso che sto per dare giudizi secchi, giusto una frase, sulle trenta canzoni che vanno a costruire il repertorio del cast in gara alla settantaseiesima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo: occuparsi di intrattenimento e arte è evidentemente un occuparsi di materie effimere, specie in epoche oscure, ma a volte alleggerire il clima cupo è fondamentale per la salute mentale di chi in questo clima cupo vive, e comunque indicare la bellezza, laddove c’è, e provare a liberare il mondo cupo anche dalla bruttezza è comunque un servizio, effimero, ma non dannoso. Perché, ci pensavo sempre giorni fa, mentre il mio cuore era sottoposto al un eco doppler a colori, guardandolo lì, in toni bianchi e grigi su fondo nero, a muoversi ritmicamente come già da cinquantasei anni e mezzo, ne parlavo raccontando il concerto di Sergio Caputo, dovessimo star lì a pensare a tutti gli aspetti in realtà fondamentali del nostro vivere, preoccupandoci quindi nello specifico io del mio cuore lì a dover battere secondo dopo secondo, finiremmo per impazzire, quindi ben venga anche occuparsi di faccende leggere come le canzonette, che in fondo si trovano a nostra disposizione proprio per accompagnarci nel nostro faticoso vivere.

Le canzoni in gara al settantaseiesimo Festival di Sanremo, quindi. Gli ascolti avvengono come quasi sempre agli Studi Rai di Corso Sempione, a Milano, alla presenza di Carlo Conti, in platea giornalisti e critici musicali, presenti in remoto anche nella sede Rai di Roma. Nelle ore scorse credo che tutti i presenti abbiano visto una intervista di Conti ai Pool Guys, Pezzi il nome del podcast, intervista che attesta come a volte avere un micropotere, scrivere cioè per testate un tempo rilevanti e oggi vuote, non sia sempre usato con intelligenza, hai di fronte chi ha costruito il Festival e non fai che gigioneggiare, concentrandoti sulla lanuggine del tuo ombelico piuttosto che su quel che in effetti Conti ha messo in piedi. Aveva proprio ragione Eros Drusiani, riguardo la faccenda dei coglioni.

Conti, fortunatamente, pagando quella tassa, è riuscito a dire quel che voleva dire, e cioè che le canzoni in gara vanno giudicate per come sono, non per i nomi che le presentano, perché, il paragone col bouquet di fiori lo ha speso più volte, forse sapendo chi aveva di fronte e usando di conseguenza un linguaggio elementare, uno magari vuole un bouquet di rose, le rose non ci sono ma trova altri fiori che rendono il bouquet ugualmente bello, e decisamente più originale. Le canzoni, quindi. Ascoltarne quindi in sequenza è impresa epica, perché fai in tempo a sentirne una e iniziare a scriverne che parte quella successiva. Però è un po’ quel che succederà al pubblico a casa, la serata di martedì 24 febbraio, trenta canzoni di fila, giusto intervallate da qualche gag e deviazione, spesso usate per fare pipì o magari sparecchiare la tavola dove si è cenato, andando poi a cambiare magari idea nelle serate successiva, sport che anche chi scrive di musica è destinato a fare, se no sai che palle dover scrivere sempre la stessa cosa per una settimana di fila. Diciamo subito che, come è capitato negli ultimi anni, il livello, parliamo di pop e di Sanremo, è decisamente decente. Ci sono belle canzoni, destinate a rimanere anche la settimana successiva, non so se anche nella storia della musica leggera italiana, canzoni che presto spariranno e qualche canzone che deve assolutamente sparire, perché già il mondo è sufficientemente cupo di suo, appunto.

Ecco quindi una veloce carrellata, che nella settimana di Sanremo andrà a ispessirsi di colori, ma del resto in quei giorni le sentirete anche voi, e i miei commenti saranno più che altro colore su colore.

Gli ascolti partono con Tommaso Paradiso e la sua I romantici. Un brano dedicato alla figlia, uno dei tantissimi lenti presenti quest’anno, con chiari richiami al passato, dove per passato si intendono i soliti paradisiani anni Ottanta. Probabile podio, inteso come podio a cinque, alla sanremese.

Poi arriva subito una sopresa, gli Animali notturni di Malika Ayane che invece di un brano alla Malika Ayane presenta un funkettone alla Incognito, cantata senza il solito birignao nella voce. Non so se il tutto sia un bene o un male.

È la volta di Sayf con Tu mi piaci tanto, poi giuro smetto di cercare un modo originale per introdurre cantante e canzone, sono trenta, non ce la posso fare. Lui lascia le solite sfumature urban jazzy, solite per chi lo segue, e si butta su una tradizione quasi folk, nella strofa, per poi svisare sulla cassa dritta nel ritornello.

Con Opera Patty Pravo fa Patty Pravo, ariosa e melodica. Già un classico.

Luchè pure fa Luchè, almeno quello dell’ultimo periodo. Fate voi le differenze.

Mara Sattei, invece, con Le cose che non sai di me porta una ballad, ancora, ma Francesco Renga si accorge di avere cinquantasette anni, cinquantotto a giugno, quindi ne Il meglio di me decide di fare l’adulto, parlando di tempo che passa. Bene.

Titolo in odor di flexamento, ma in realtà una canzone che parla del tempo che Ditonellapiaga e la sua Che fastidio! Rientrano nella mia Top 5. Testo più intelligente, musica che ti fa muovere tutto. Ottima.

La Naturale di Leo Gasmann è un brano indie, cantato bene ma che non lascia un gran segno, almeno per ora.

Tutt’altra faccenda con Per sempre sì di Sal Da Vinci, un funkettone neomelodico con un testo talmente improbabile, tutto incentrato sulla monogamia, da diventare quasi emozionante. La sentiremo molto e ovunque. – Levante con Sei tu passa ai lenti, almeno nel suo percorso sanremese, cantando di innamoramento e di corpi, brano molto intenso che potrebbe ambire a una vita assai più lunga del Festival.

Io di Tredici Pietro conoscevo solo la canzone con Fabri Fibra, quindi niente. Uomo che cade è un brano rap, con un ritornello molto orecchiabile e un’orchestrazione importante. La sentiremo in radio, vedete voi se è una minaccia o una speranza.

Quando mi occupavo di libri, in Mondadori, il decano Ferruccio Parazzoli mi Enrico Nigiotti decide di scrivere una canzone nella quale fa il punto sulla sua vita. Ogni volta che non so volare è un brano potente, introspettivo, profondo. Bene, bravo, bis.

Serena Brancale, invece, con un classicone alla Whitney Houston dedicato a sua madre, Qui con me, punta dritta alla vittoria. Scordatevi balletti, dialetto e il resto, qui è pura emozione e talento.

Arisa, giunta subito dopo il break, con Magica favola gioca nello stesso campionato di Serena Brancale, puntando a sua volta al podio. Quando ha la canzone giusta, in effetti, non la ferma nessuno.

Se Ditonellapiaga è forse il testo più arguto, quello di Nayt, con Prima che, arriva subito dopo, per profondità e capacità di infilare una dietro l’altra le parole. Outsider di classe.

Lo so che lo dico ogni volta, ma Dargen D’Amico e la sua Ai Ai, al primo ascolto, non li capisco. Sembrano sempre la stessa roba, che al decimo ascolto si rivela importante, ma al primo ascolto no.

Raf decide di fare il Raf romantico, e con Ora e per sempre gioca un campionato a parte, puntando più sul blasone che sul forte impatto. Il brano c’è, anche se in mezzo a tutto questo casino non spicca il volo.

LDA & Aka 7even giocano a metà strada tra la musica spagnola e Napoli, regalandoci un brano leggero e piacevole, col miglior giro di basso tra i trenta in gara.

Se l’anno scorso il nome su cui scommettere, come sorpresa destinata a rimanere, era quello di Lucio Corsi, quest’anno è quello delle Bambole di pezza, qui lo dico e lo ridico. La loro Resta con me è una power ballad col testo giusto per questi tempi, e loro ci mettono la giusta cazzimma, a partire dalla voce di Cleo a tutto il resto. Potrebbero ambire anche loro al podio, a ragione.

Fulminacci sforna un brano che flirta con gli anni Settanta e una certa malinconia di fondo, stupendo per un testo che non parla troppo dell’oggi, ma che rimane comunque uno dei meglio scritti tra quelli sentiti. Stupida sfortuna è il titolo.

Stella stellina di Ermal Meta è una canzone destinata a far discutere. Si parla di una bambina palestinese, unica apertura alla storia in un Festival che in realtà si guarda molto dentro (forse anche quello segno della storia, vallo a sapere). Gli daranno del paraculo, o magari vincerà. La canzone è decisamente bella, con un ritmo arabeggiante che accompagna un testo emozionante. Più che paraculo coraggioso, a occhio.

Mettere dopo di lui la Volità di Elettra Lamborghini ci dice molto del sadismo di Carlo Conti, che prima aveva messo la Brancale dopo Samurai Jay. Queste due, quella di Samurai Jay e quella della Lamborghini, sono tra le più brutte di sempre. Sicuramente di quest’anno.

Chiello invece fa Chiello, e quando Chiello fa Chiello c’è da goderne. Speriamo regga la pressione del Festival, perché è una canzone fresca, anglosassone nei suoni, giusta.

Eddie Brock entra da semisconosciuto all’Ariston, a meno che non si stia su Tik Tok, e ne uscirà come una certezza, una canzone da cantare a squarciagola, nella migliore tradizione del cantautorato romano.

Maria Antonietta e Colombre sono una coppia nella vita, va detto, e la loro La felicità e basta è giustamente una canzone che non parla d’amore, ma di felicità, un inno al diritto di essere felici, in barba a chi della felicità ha fatto un comodo manifesto. Bella assai.

Fedez e Marco Masini con la loro Male necessario puntano alla vittoria. Ci sono tutti gli ingredienti giusti. Chi funziona sui social e chi su Rai 1, chi canta da Dio e quell’altro, lì, una canzone con una parte melodica da paura e un rap che comunque dice cose. Insomma, io ve l’ho detto.

Michele Bravi con Prima o poi decide di fare il cantante alla francese, a metà strada tra introspezione e vaudeville, regalandoci una delle canzoni più originali di questa enorme covata. Ma se Bravi sorprende, il J-Ax in chiave country addirittura sbalordisce, roba da infilarsi i Camperos e il cappello da cowboy e andare in giro col lazo, non fosse che nel testo si parla di Italia, col solito sguardo profondo e ironico del nostro.

In conclusione, come sono queste canzoni? Alcune belle, altre meno, altre ancora del tutto inutili. Potevano essere meno? Indubbiamente. Ce ne potevano essere altre, e grazie al cavolo. Sono però queste e il palco ci dirà quali funzionano e quali no. Ora però vado a dormire, perché trenta canzoni non saranno certo paragonabili allo stare in miniera, ma sono comunque aspetti di un lavoro usurante.