Essere donne è difficile, sempre, specialmente quando si diventa madri.

La maternità è ancora troppo un tabù, relegato agli stereotipi di genere.

Se una donna non ha figli si dice di lei che è triste o si insinuano i motivi di una possibile impossibilità di concepire, se una donna è madre si giudica il suo essere una buona madre o meno.

Essere madre sembra sia il lavoro più facile e bello del mondo, ma si nasconde sotto il tappeto la difficoltà che queste mestiere comporta.

Spesso chi ne parla con leggerezza è chi non capisce cosa capita a una donna nel periodo di gravidanza, la tua pelle cambia, fa spazio a un altro individuo dentro di sé, il naso si ingrossa e le responsabilità diventa realtà, le paure certezze.

Per non parlare del dopo, quando la vita esce dal tuo corpo e diventa a sua volta essere senziente, dipendente da te, e dunque i tuoi spazi e i tuoi bisogni si rimpiccioliscono per fare spazio ai suoi.

La maternità è sicuramente una gioia immensa, ma purtroppo non tutti la vivono così, e nessuno ancora ha il coraggio di parlarne.

Ecco perché, se vi interessa il tema, vi propongo un film uscito da poco, che parla proprio di questo.

Die My Love è un film che si insinua sotto la pelle senza chiedere permesso, un’opera delicata nella forma ma pesantissima nel contenuto, capace di arrivare allo spettatore come un colpo nello stomaco. Lynne Ramsay dirige con la sua consueta precisione emotiva la storia di Grace, scrittrice che affronta una gravidanza difficile e una devastante depressione post partum, trasferendosi in una casa di campagna insieme al compagno Jackson. Quel luogo, che dovrebbe essere rifugio e rinascita, diventa invece una gabbia silenziosa dove ogni giorno pesa più del precedente.

Jennifer Lawrence, protagonista assoluta, regala a Grace una verità rara, quasi dolorosa da guardare. Il suo volto, i suoi movimenti, perfino i silenzi raccontano più di qualsiasi parola, Lawrence sembra non interpretare, ma essere Grace. Il suo vissuto personale, le sue esperienze, le sue fragilità affiorano in ogni scena, rendendo il personaggio credibile, umano, spogliato di ogni retorica. Le emozioni che porta sullo schermo non sono quelle facili, codificate, sono quelle difficili da ammettere, da dire, da immaginare. Sono quelle emozioni che molte donne vivono e tacciono, perché spesso nessuno vuole ascoltarle davvero.

Die My Love è una discesa nel buio psicologico, un viaggio che non cerca rassicurazioni. Grace è una miccia pronta a esplodere, e ciò che fa male non è la sua fragilità, ma l’indifferenza che la circonda. Nessuno la osserva davvero, nessuno la ascolta, nessuno la aiuta. Le attenzioni arrivano solo quando lei, ormai al limite, arriva a farsi male. Il film denuncia così un meccanismo crudele e purtroppo reale, spesso la sofferenza femminile viene ignorata finché non diventa emergenza, finché non diventa distruzione.

Grace cerca uno spazio tutto suo, un angolo in cui tornare a respirare, ma quel piccolo spazio sembra negato in continuazione. La maternità, invece di essere luce, diventa una gabbia che la allontana da sé e da tutto ciò che era prima. E in questa rappresentazione crudele ma sincerissima sta il valore del film Die My Love non parla solo di una donna, ma dell’urlo collettivo di tante donne che vivono depressione post partum, solitudine, senso di inadeguatezza, e che troppo spesso non vengono credute, aiutate, viste. È un film che chiede supporto psicologico, comprensione familiare, ascolto, tutte cose che nella realtà mancano ancora troppo.

Il risultato è un’opera importante, necessaria, che non si limita a raccontare una storia ma risveglia una responsabilità.

Die My Love è un film da vedere, da far vedere, da discutere insieme, donne e uomini, perché parla di una ferita che non dovrebbe più essere nascosta e di un dolore che merita rispetto, spazio e cura. Una pellicola che resta addosso, che fa male ma che illumina, che invita finalmente a guardare.