Ho cinquantasei anni. Non so come potrei definirmi, immagino che oggi genericamente io sia annoverato tra gli uomini di mezza età, fatto che tradisce clamorosamente il senso letterale della definizione, dubito che camperò intorno ai centododici anni. Un tempo sarei stato “un uomo anziano”, fossi stato un dipendente pubblico probabilmente sarei anche andato già in pensione, ma siamo nel 2025, ho i capelli lunghi, non porto camice e mi occupo di canzonette, sono un uomo di mezza età, e già è tanto che non mi definisca direttamente come un giovane.

Ho cinquantasei anni e come in cinquantaquattro dei miei cinquantasei anni alle spalle, passerà il Natale nella mia città natale, Ancona. Non è successo due volte, nel 2020, per ragioni che ben ricorderete, c’era l’impossibilità di lasciare la città nella quale si viveva e io vivo da ventotto anni a Milano, e due anni dopo, per questioni di salute di un mio familiare, se no sono sempre stato in Ancona per le feste, come un dovere morale che onestamente trovo alquanto piacevole, a Natale con i tuoi eccetera eccetera.

Da che sono sposato, e da che anche mia cognata è sposata, abbiamo preso l’abitudine di passare le feste natalizie non solo con la nostra famiglia, noi da soli siamo già in sei, ma anche la sua, mia suocera a vestire i panni rossi della padrona di casa. In totale siamo quindi undici, non pochi, direi.

In genere, Ancona è nel centro Italia, da noi si festeggia già a partire dalla vigilia. Cena a base di pesce, che un tempo era il pane quotidiano di chi è nato in una città di mare, dico una ovvietà, ma che col tempo è diventato qualcosa di prezioso, destinato più ai giorni di festa che al resto dell’anno.

Mia suocera è molto brava a cucinare, e per l’occasione inizia a preparare settimane prima. Visto che è solita passare del tempo con noi su a Milano, prima per darci una mano coi nostri figli gemelli, quando erano piccoli, e anche per non soffrire di una solitudine che l’inverno acuisce, lei è vedova, è ormai solita scendere in Ancona già verso fine novembre, così da preparare tutto il necessario per tempo, senza fretta. Non solo quello che si mangia alla vigilia, per intendersi, ma anche nelle altre feste, compresa tutta una serie di dolcetti che finiranno a albergare le nostre colazioni, i nostri pomeriggi passati a giocare in casa, i lunghi dopocena. Durante le feste, infatti, la televisione diventa quasi bandita, si passa il tempo a tavola, a mangiare, molto, ma anche a fare conversazione, a far giocare i più piccoli.

A me giocare non piace. Mi annoia parecchio. Lo faccio, perché ho quattro figli, ma fosse per me non lo farei. Non sono neanche un tipo da luna park, per dire, e lì faccio meno, perché quando capita che ci si vada mi limito più che altro a essere quello che guida la macchina e poi aspetta sotto, facendo inutili foto alle giostre, foto che poi finiranno in folder dentro un hard disc e che nessuno guarderà mai, direi a ragione.

A Natale, invece, gioco, sempre tranne che il pomeriggio del 25, dove in genere vado a dormicchiare in camera, tanto il pranzo va per le lunghe e se si gioca lo si fa più che altro dopocena.

La cena della vigilia, quindi, apre le danze, e in genere finisce sempre intorno a mezzanotte, quando, per tradizione, si mette Gesù bambino della mangiatoia del presepe, si dice una preghiera e si torna a tavola, iniziando a giocare.

Ma il vero inizio, quello formale tipo la torcia che irrompe nello stadio alle Olimpiadi portato da qualche improbabile tedoforo, ho visto alcuni dei tedofori dei prossimi Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina e ho davvero riso di cuore, almeno fino a quest’anno, e da che abbiamo i bambini, è stato l’arrivo di Babbo Natale.

Mia suocera, quando mia figlia e sua cugina, tre anni meno di lei, erano piccole, ha comprato un abito da Babbo Natale, e da allora ogni anno qualcuno di noi si è mascherato per portare i doni, mai scoperto dai più piccoli. Un segreto che, va detto, nonostante le liti furibonde che spesso avvengono tra fratelli, non è mai stato tradito da nessuno, addirittura nessuno dei figli grandi, che ovviamente hanno smesso di credere prima a Babbo Natale, ha mai chiesto chi fosse a vestire quei panni, ignoro che non fosse sempre la medesima persona.

Nel tempo ha vestito l’abito rosso con il cappello e la barba bianca mia suocera, mio padre, io, mio cognato e una serie di vicini.

Unico anno in cui la cosa ha vacillato, rischiando di interrompere non solo bruscamente una tradizione, ma infrangere un sogno, quello di chi crede o finge di credere o vuole fortemente credere nella magia di Babbo Natale, è stato quando mia suocera ha ben pensato di chiedere di travestirsi al cingalese che abita al primo piano, il quale, piuttosto perplesso, ha accettato. Non solo quell’anno abbiamo rischiato che i nostri regali, consegnati come sempre nel pomeriggio adottando tutta una serie di sotterfugi, venissero consegnati a tutti i condomini, perché il cingalese in questione ha iniziato a suonare a partire dal primo piano, noi siamo al terzo, ma il top è stato quando, di fronte alla perplessità dei nostri piccoli nel trovarsi di fronte un Babbo Natale di colore, a lui è caduta la barba, appiccicata male. Abbiamo ovviamente dovuto raccontare tutta una serie di menzogne sul fatto che fosse uno dei suoi aiutanti, uno particolarmente goffo, inventando notizie di rallentamenti sull’autostrada e altre idiozie del genere, e alla fine la cena e la felicità per i regali ricevuti ha fatto sì che la perplessità venisse metabolizzata, ma è stata davvero dura. Per il resto tutto è sempre andato bene. I figli piccoli, di volta in volta, hanno sempre scritto bigliettini e preparato regali che Babbo Natale ha preso, seppur con il tempo la visita sia durata meno, per paura di essere riconosciuti.

Quest’anno, come da qualche anno, non ci sarà Babbo Natale. Non ci crede più nessuno, anche se non se ne è mai parlato, e credo che la cosa dispiaccia più che altro a noi adulti.

A riprova di ciò, un paio di anni fa, come a voler ricreare quella situazione mi sono presentato al momento degli scambi dei regali, prima della cena della vigilia, vestito da rinoceronte, un ingombrante costume che avevo comprato di nascosto su Amazon. Siccome l’anno seguente saremmo andati a fare un safari, mi sembrava quantomeno coerente. Vedere la faccia dei miei parenti quando mi hanno visto vestito così, confesso, è stato anche più divertente di vedere le reazioni dei bambini di fronte al finto Babbo Natale, chissà quest’anno se mi presenterò vestito da qualcosa d’altro…

Del resto i compagni di classe dei miei figli, suppergiù, non hanno mai visto Babbo Natale, finendo per trovare i doni sotto l’albero la mattina del 25, così da sempre abbiamo raccontato loro che essendo Milano una città più grande Babbo Natale passa di notte, per non doversi fermare con tutti.

Anche quest’anno, pur essendo in Ancona, andrà così anche da noi.

Anni fa, in questa ricerca di chi potesse vestire i panni rossi di Santa Klaus, ho coinvolto un mio amico fraterno, Massi Di Prenda, batterista di lungo corso di tante band delle mie parti, compresa la mia. Lo ha fatto con piacere, anche una vigilia nella quale su Ancona si è abbattuto un nubifragio che oggi verrebbe descritto come “una bomba d’acqua si abbatte sul capoluogo marchigiano”, col risultato che ha poi dovuto passare quasi un’ora in auto sotto casa nostra prima di tornare a cena dai suoi familiari. Proprio il suo essere batterista in tante band poi lo ha visto impegnato anche in quella particolare serata, così mia moglie Marina ha pensato di chiederlo a un nostro conoscente di lunga data, frequentato quando eravamo entrambi giovanissimi, Massimo. Il motivo per cui Marina ha pensato a lui, confesso, è buffo, sapeva che era volontario presso la Croce Gialla, che è il servizio di ambulanze della nostra città natale, e da qualche parte doveva aver letto che in alcune città la Croce Rossa, che però non è la Croce Gialla, facesse questo servizio. Il primo anno Massimo, contattato su Facebook, un po’ perplesso le ha detto che no, lui non faceva questo tipo di servizio, le ha detto che nessuno faceva lì questo tipo di servizio, peccato. Il secondo anno ha risposto in maniera un po’ piccata, forse perché è di suo piuttosto corpulento, e magari ha pensato che dietro quella seconda richiesta in due anni si nascondesse una volontà di prenderlo in giro. Il terzo anno non ha proprio risposto, fatto che ha reso il suo nome, nel nostro vocabolario familiare, il corrispettivo di chi tiri in ballo a sproposito. Non ricordo poi chi è stato chiamato a vestire quei panni, ma ormai sono solo ricordi (se pensate che il tono del mio discorso stia diventando un po’ troppo malinconico, sì, pensate bene, è Natale, ci sta).

Se comunque la cena della vigilia è sempre stata storicamente di pesce, quando vivevo coi miei era a base di stoccafisso, e lo stoccafisso all’anconetana è stato indicato credo dall’ultima enciclica papale come una delle prove tangibili e commestibili dell’esistenza di Dio, il pranzo di Natale è a base di cappelletti in brodo, badate bene, cappelletti, non tortellini, agnello fritto con contorno di gobbi (ignoro il nome italiano di questa verdura, credo sia cardi) e tutta una serie di antipasti e contorni molto gustosi. Mia suocera ha iniziato a fare i cappelletti ormai settimane fa, seguendo una ricetta che risale nelle generazioni (lei è abruzzese, e i cappelletti fanno parte della tradizione di Ancona, ma mio suocero era di Ancona, suppongo glielo abbia passato sua madre, cioè la suocera di mia suocera, guarda te che sfoggio di parentele).

In genere, da che abbiamo questa consuetudine di passare le feste con la famiglia di mia cognata, noi andiamo a pranzo dai miei parenti, negli ultimi anni mia sorella, in uno dei giorni seguenti, un tempo il 26, ultimamente anche dopo, perché poi la famiglia di mia suocera resta poco e ritorna su a Milano. I miei sono molto anziani e non passano mai troppo tempo fuori casa, noi li passiamo a trovare, ma non si pasteggia insieme.

Il pomeriggio del 26, a volte anche la mattina, visto che non c’è la messa, si va tutti a fare una passeggiata al mare, dove per tutti si intende tutti tranne mia suocera, che ovviamente passa la giornata davanti ai fornelli. La scelta cade sempre su Portonovo, che è il nostro mare, lì alle falde del Conero.

Questa del mare d’inverno, Enrico Ruggeri docet, è una cosa che, immagino, chi non ama il mare non può capire. Ora, partendo dal presupposto che fatico a pensare che esistano persone che non amino il mare, ma del resto ci sono persone che apprezzano il reggaeton, il mondo è davvero un posto strano, credo che per chi come me vive in una metropoli, per di più una metropoli come Milano, sprovvista di prospettive, parlo di panorami, tutta piatta, senza la possibilità di vedere l’orizzonte se non nei rari squarci tra i palazzi che consentono di buttare lo sguardo in lontananza, dai miei balconi si vedono i monti, per dire, e anche i vari grattacieli, ma dalla strada no, ecco, credo che per chi come me vive in una città come Milano non ci sia niente come il mare in inverno in grado di riconciliare con l’idea di natura.

Assai più di una qualsiasi passeggiata per monti o per colline. Mi sono addirittura guardato tutte le puntate di Balene, quella roba con Veronica Pivetti e la Signoris, ambientato proprio nella mia città natale, per assaporare a distanza un po’ di quel mare, figuriamoci se poi non ci vado di persona quando sono in zona.

Il mare d’inverno, Rouge ha detto tutto quel che c’era da dire a riguardo, è davvero qualcosa che ti riconcilia con un’idea di natura, passeggiarci con la famiglia, è una delle altre tradizioni che onoriamo con più piacere.

Come onoreremo l’andare a Loreto, una visita alla Santa Casa è tappa fissa, come andare in uno dei tanti borghi dell’entroterra a vedere presepi storici o presepi viventi.

Quella che da noi non è una tradizione, ma lo è in molti altri paesi, è quella dei dischi natalizi. Certo, sotto Natale ascoltiamo tutti, non abbiamo alternative, la voce flautata di Mariah Carey sussurrarci che tutto quel che vorrebbe per Natale siamo proprio noi, ridacchiandone sopra, almeno fino al momento che non realizziamo che con All I Want for Christmas is You le ha fruttato negli anni quasi cento milioni di dollari, o una delle tante versioni da crooner dei classici fatta da Michael Buble, anche lì ironizzando sul suo essere scongelato dal freezer per le feste, cosa sulla quale ironizza lui stesso, ma anche lì le decine di milioni di dollari incassati ci bloccano la risata in viso, ma per il resto il massimo che possiamo fare è provare a vincere il Whamageddon, cioè schivare il più possibile Last Christmas cantata da George Michael quando era parte degli Wham, ma non è faccenda propriamente nostra, come Halloween, per quanto proviamo a convincerci del contrario.

Da noi, in Italia, questa non è una tradizione, ripeto.

Quasi nessuno dei nostri cantanti ne ha fatti o ne fa, nonostante il nostro sia il paese per tradizione più cattolico al mondo, quello che ospita la città che include il vaticano, Roma, città che ha per vescovo il Papa. Non che non ci piacciano in generale i canti di Natale, non ho riprove a riguardo, evidentemente non piacciono ai nostri artisti, o non piacciono ai nostri discografici, ai quali invece piace la trap, comincerei a farmi due domande a riguardo.

Nei fatti quasi nessuno ne ha fatti, mi vengono in mente, negli anni, Canzoni per Natale di Irene Grandi, nel quale la cantante toscana passava agilmente tra classici e brani della nostra recente discografia pop, sempre a tema natalizio, mettendo nello stesso lavoro Nico Fidenco e gli Smashing Punpkins, mi viene in mente un disco di Laura Pausini di qualche tempo fa, presentato a Disneyland Parigi, ma è quasi Natale, della Pausini vorrei non dover parlare, come non mi sembra sia il caso di parlare del lavoro da poco sfornato da Valerio Scanu, assai più credibile nei panni di Ursula nel musical Incanto, non intendo diventare più buono solo perché arrivano le feste, ma neanche mi voglio dover fare il sangue amaro.

Poi ci sono opere sulla falsa riga dei lavori americani, da Christian De Sica a Sergio Sylvestre, ma passando per Mina e i Bocelli, tutti insieme e con tanto di maglioni di lana bianca, ma a quel punto tanto vale ascoltarsi i vari Frank Sinatra, Bing Crosby o, perché no, proprio a Michael Bublé.

Poi, certo, ci sono state tante canzoni di Natale, penso a tutte quelle sfornate da Radio Deejay coinvolgendo artisti di casa nostra, ma un album di Natale è un album di Natale, certo, pensando che all’estero c’è stata Do They Know It’s Christmas Time della Band Aid, o Happy Christmas (War is Over) di John Lennon e Yoko Ono, prende un po’ male.

Ma siccome a Natale, almeno, voglio essere propositivo, eccomi a citarvi due lavori che, così, per dire, potrebbero essere la vostra colonna sonora durante una tombolata o un giro a Mercante in Fiera.

Il primo è A Merry Little Christmas di Paola Iezzi, artista giustamente al centro dell’attenzione e dell’affetto dei fan come non accadeva da anni, album di qualche tempo fa che si iscrive a pieno titolo nella tradizione angolosassone degli album a tema natalizio, e che ci regala una Paola Iezzi in grande spolvero, voglio augurarmi che abbiate già preso i biglietti del suo tour solista Iezz We Can, fedele agli originali ma capace con i suoi arrangiamenti lineari e la sua voce così calda di non sfigurare di fianco a tali e tanti epigoni. Un lavoro che ho apprezzato quando è uscito, 2018, e che è diventato un must nella nostra discoteca casalinga nei giorni di festa, al fianco di quello di Michael Bolton e di Aaron Neville (artista mai abbastanza citato quando si parla di canto e di canto che scalda l’anima).

Sempre a tema natalizio, ma decisamente meno filologicamente aderente alla tradizione è Il regalo di Natale di Enrico Ruggeri, toh, sempre lui, album datato 2007 e nel quale a fianco di brani tematici inediti scritti per l’occasione e sempre in qualche modo aderenti al tema natalizio, c’è una rilettura in chiave punk e rock di alcuni grandi classici della tradizione, un po’ alla Ramones, per intendersi, del resto lui “è stato punk prima di noi”, perché nonostante quel che si dice si può scherzare coi fanti ma anche coi santi, almeno con Santa Klaus.