Dai padiglioni di Fieracavalli a Verona, la premier sostiene Giancarlo Giorgetti. Se l’approccio del ministro fosse troppo rigorista, lo sarebbe anche il suo, scandisce all’Ansa, riconducendo la scelta di aiutare famiglie e imprese senza “sprecare” denaro pubblico a una questione di “responsabilità”.
Un messaggio dai contorni dell’avvertimento alla maggioranza, alla vigilia di una trattativa in salita in cui nessuno sembra disposto ad ammainare le proprie bandiere.
“Siamo soddisfatti della manovra”, premette, rivendicando il taglio dell’Irpef e le misure per giovani, imprese, Zes e congedi.
Ma la lista dei correttivi è già pronta: pensioni, scuola, previdenza per la difesa. Oltre alla exit tax, sulla quale il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, apre ad “aggiustamenti” e “semplificazioni”, tendendo la mano anche alle richieste dell’Abi sul Superbonus spalmato in dieci anni. Sul tavolo finirà anche un fondo per risarcire subito le vittime degli errori giudiziari.
Se gli alleati guardano al consenso da coltivare, Meloni resta ferma sul presente.
Di dossier aperti ce ne sono parecchi: il decreto bollette, slittato ancora, arriverà lunedì. La premier difende poi le spese per la sicurezza, respingendo l’accusa di sottrarre risorse agli ospedali. “Si sta dicendo una stupidaggine”. Non si tratta solo di spesa per le “armi”, ma di “mettere in sicurezza la quotidianità dei cittadini”, evidenzia, rivendicando di non essere “così cinica da fare campagna elettorale sulla vita delle persone”.
Lunedì partiranno le audizioni sulla manovra davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Quattro giorni con imprese, banche, sindacati e Regioni, fino all’intervento di Giorgetti, giovedì 12.




