Il giorno dopo la batosta elettorale, Wall Street è andata a picco. Una delle sedute peggiori che si ricordino.
In un messaggio pubblicato sul suo social, Trump ha raccontato di un mercato che aveva toccato vette mai viste, poi crollato all’improvviso a causa del voto. Ha parlato di pensioni in perdita, di un lavoro enorme andato in fumo. E ha chiuso con la sua formula abituale: non è colpa dei repubblicani, è colpa degli “stupidi democratici”. Poi la promessa: torneremo più grandi e più forti di prima.
È la solita narrazione. Quando l’economia sale, il merito è suo. Quando crolla, la responsabilità è di qualcun altro. Peccato che questa volta il crollo sia arrivato proprio dopo che gli elettori hanno bocciato il suo partito alle elezioni di metà mandato.
Trump, infatti, aveva iniziato la giornata con un tono quasi istituzionale, riconoscendo la sconfitta e facendo gli auguri agli avversari. È durato poco. Nel giro di ore è tornato alla retorica delle elezioni truccate. Parlando con i giornalisti nello Studio Ovale ha lasciato intendere che il risultato non sia legittimo.
Non è un dettaglio. È una strategia. Il presidente sa di avere davanti poche settimane prima che si insedi il nuovo Congresso, a maggioranza democratica, il 3 gennaio del 2027. Sa che da quel momento il suo potere si ridurrà drasticamente. E vuole usare ogni giorno che gli resta.
Negli Stati Uniti questa fase ha un nome: lo scatto dell’anatra zoppa. È il periodo in cui un presidente in uscita, con un Parlamento che sta per cambiare, prova a chiudere in fretta i dossier più importanti.
In cima alla lista di Trump ci sono tre priorità. La prima è la difesa. La Casa Bianca e il Pentagono spingono per un bilancio militare da record, intorno ai 1.500 miliardi di dollari. Una cifra che non convince nemmeno tutti i repubblicani, figuriamoci i democratici. Sul tavolo ci sono ipotesi di tagli per 400 miliardi e un piano B da 1.100 miliardi. Alla fine, è probabile che si arrivi a un compromesso su un intervento d’emergenza mirato, attorno ai 100 miliardi. La seconda è l’immigrazione. Qui Trump non vuole trattare con il Congresso. I suoi consiglieri stanno già preparando una strada alternativa: governare per decreti, aggirando il Parlamento e blindando la sua linea dura con ordini esecutivi.
La terza è la più delicata: le nomine. E in particolare la Corte Suprema. I democratici, forti della vittoria alle midterm, sperano di poter intaccare la maggioranza conservatrice nel massimo tribunale. I repubblicani, invece, stanno provando a convincere due giudici anziani, Samuel Alito e Clarence Thomas, a dimettersi ora, per permettere a Trump di nominare in fretta un sostituto prima che cambi il Senato.
È una corsa contro il tempo. Una volta che il nuovo Senato democratico prenderà il controllo, Trump non potrà più far passare nessuna nomina, né alla Corte Suprema né in qualsiasi altro tribunale federale.
Ecco perché il presidente attacca i democratici. Non è solo rabbia per il crollo in Borsa. È la consapevolezza che il suo potere sta finendo.
In queste settimane proverà a usare ogni leva rimasta. Il suo obiettivo è lasciare un’impronta che il prossimo Congresso farà fatica a cancellare. Il mercato, intanto, ha già dato il suo giudizio. E non è stato tenero.




