C’è finalmente polvere nei vicoli di Napoli. E non è un dettaglio da poco. La regia eccellente di Nicola Prosatore, nel film Jo so’pazzo, uscito nelle sale il 15 ottobre, ha avuto il coraggio di non lucidare Pino, di non santificarlo. Ha restituito la polvere, l’umidità sui muri dei Quartieri, l’intonaco scrostato, l’odore di fritto e di miseria dignitosa. Una Napoli viva, vera, anni ’70 e ’80, senza cartolina. La macchina da presa si insinua, sporca l’obiettivo, respira con i vicoli. Ed è lì che capiamo tutto, tanto che il box Office sta premiando il risultato.

Perché Je so’ Pazzo non è un biopic su Pino Daniele musicista. È un film sul non vissuto di Pino.

Tutta la vita di Pino, come la racconta Prosatore, è legata a un’infanzia negata. L’abbandono, il padre Gennaro, il sentirsi di troppo, il ragazzo Pinotto cresciuto altrove. Prosatore non ci fa la lezione psicologica, ce lo fa sentire in ogni fuga, in ogni rabbia. Pino suona perché non sa parlare. Suona perché da bambino non è stato ascoltato.

E poi c’è lui. Uno spiazzante Massimiliano Caiazzo che non interpreta Pino Daniele. È stato Pino Daniele. Non ne fa l’imitazione, ne è l’incarnazione. Lo ha abitato nella più profonda essenza, con ammirazione, dedizione e restituzione. Soprattutto nello spirito inquieto, in quella ingombranza che non era vanità, ma l’urlo di un bambino che diceva “guardatemi, finalmente esisto, vedetemi”. Sbatte in faccia quella voglia quasi violenta di Pino, di essere visto, di prendersi un palco perché una casa non l’aveva avuta. Caiazzo ha abitato Pino nell’amore viscerale, fisico, per la musica. Quando il giovane attore imbraccia la chitarra non sta recitando, sta possedendo quello strumento come unica lingua possibile. La sua è una performance che fa male per quanto è vera.

Tecnicamente il film è di una bellezza spiazzante. La fotografia di Leonardo Mirabilia sceglie un girato sgranato, caldo, consumato, con quei toni gialli e rossi bruciati. Sembra davvero una pellicola ritrovata degli anni ’80. Sembra di guardare un VHS di famiglia, un documento. Questa scelta non è estetica, è etica: ci riporta esattamente lì, in quella Napoli dove tutto stava per esplodere.

E poi arriva la frase. Quella che ti resta addosso quando escono i titoli di coda. “Per chi è stato nero a metà, per chi lo è e per chi lo sarà”.

Prosatore la lascia lì, senza enfasi. Perché Je so’ Pazzo è questo: il film di tutti quelli che si sono sentiti a metà. Né bianchi né neri, né napoletani né americani, né figli né padri. Stranieri anche a casa propria. Pino ha trasformato quel stare a metà nel blues più rivoluzionario che l’Italia abbia mai avuto.

Un film emozionante. Non per i fan di Pino Daniele. Per chi a Napoli ci è nato e per chi non ci è mai stato, ma si è sentito nero a metà almeno una volta nella vita.