Giuseppe Conte punta alle primarie quanto prima. Con la legge elettorale approvata, per il centrosinistra sarebbe diventata una strada obbligata.

“Partiamo dai contenuti”, è il messaggio di Conte lanciato nel salotto di Bruno Vespa. “Il nostro lavoro sul programma si è concluso il 20 settembre. Il 18 ottobre tocca ad Avs presentare il suo. Nello stesso periodo il Pd ha in programma l’assemblea con Schlein. Subito dopo dobbiamo metterci attorno a un tavolo”. Un tavolo dove, ammette lo stesso ex premier, “ci sono molti punti da chiarire” ma che, una volta trovata la sintesi, deve portare dritto alle primarie, senza ridursi a organizzarle a ridosso della campagna elettorale.

Al PD la fretta di Conte non convince. Mancano nove mesi al voto, c’è tempo per costruire un percorso solido, è il ragionamento che filtra. Detto in altri termini: non si va alle primarie con un programma raffazzonato solo per rispettare una scadenza imposta da altri.

Ma la vera partita non è sul calendario. È sulla leadership. In queste ore nel campo largo si è riaperto il giallo del doppio passo indietro: Schlein e Conte fuori gioco per far spazio a un terzo nome alla guida del Paese. Un’ipotesi nata già morta. Conte stesso l’ha ricordato, rivendicando di averla proposta in un incontro riservato con Schlein – incontro poi finito sui giornali – e di aver ricevuto un no. “Schlein vuole legittimamente essere candidata premier, è scritto nello Statuto del Pd”, ha detto, scaricando sull’alleata la responsabilità dell’impasse.

È il segnale che il nodo è tutto politico, non procedurale. Le primarie, che il M5s vuole e che Schlein ha accettato per necessità dopo l’approvazione della legge elettorale, per Avs restano un problema. Lo ha ribadito Angelo Bonelli, dopo il pranzo a tre con Conte e Fratoianni e dopo il chiarimento in Transatlantico con la segretaria dem: “Non è una questione contro Schlein, che stimo, ma le primarie non uniscono, amplificano le differenze”. Una posizione che dice molto dello stato d’animo della sinistra a sinistra del Pd.

Lo stesso tavolo programmatico è un rebus. Bonelli lo lega alla definizione dell’area di centro, allargando i tempi. Conte invece vuole stringere entro ottobre. Due visioni opposte dello stesso campo.

L’immagine di ieri in Aula è il riassunto perfetto: quando Conte è intervenuto contro la legge elettorale, solo i suoi hanno applaudito. Quando ha parlato Schlein, solo i dem. Due tifoserie, non una coalizione.

Conte ora prova a dare un’accelerata. Ma imporre una data non basta a far nascere un’alleanza. Senza un accordo vero sui contenuti e senza un’intesa sulla leadership, quel tavolo di ottobre rischia di essere l’ennesimo appuntamento mancato.