Ricky Martin non è più solo un artista che fa musica. A Venezia 83 dimostra cosa vuol dire reinventarsi a 54 anni.
Per trent’anni lo abbiamo cristallizzato in una scatola. Quella con l’etichetta: “Re del Latin Pop”. Dentro c’erano i fianchi che ballavano su She Bangs, l’inno planetario de La Copa de la Vida, l’urlo di Livin’ La Vida Loca. E ci bastava così. Poi arriva una foto da Venezia e al puzzle conoscitivo dell’artista, aggiungiamo qualcosa di nuovo.
Ricky Martin calca il red carpet della Laguna con la mano sul cuore e lo sguardo dritto nei flash. Non è presente alla Mostra come cantante, ma come attore di un film.
Si chiama “Hombre al agua”, ed è diretto da Gael García Bernal, partecipando alla sezione Venezia Spotlight, all’83esima Mostra del Cinema. Non si tratta di una comparsata. È un ruolo vero, in lingua spagnola, in un progetto prodotto da La Corriente del Golfo, la casa di Bernal e Diego Luna, già in lizza per rappresentare il Messico agli Oscar. È un film girato nello Yucatan, di cui Ricky è anche produttore esecutivo. Parla di un bagnino cubano.
Quello che colpisce di Ricky Martin a Venezia, dunque, non è l’immagine dell’artista di successo in elegante completo Tom Ford. È il coraggio di togliersi l’etichetta.
A 54 anni, quando molti suoi colleghi vivono di nostalgia e di tour revival, lui ha scelto di rimettersi in gioco. Di studiare, di recitare, di stare su un set in Messico sotto il sole, di rischiare un giudizio diverso. Non più quello del pubblico che balla, ma quello della critica che guarda.
E ci sta riuscendo. Perché quella mano sul petto, in mezzo al red carpet del Lido, non è posa. È gratitudine. È dire: “Sono ancora qui, ma sono un altro”.
In un’epoca in cui tutti vogliono restare per sempre uguali a loro stessi, Ricky Martin ci insegna la cosa più difficile: cambiare pelle è possibile, senza rinnegare chi sei stato.
Da Re del Latin Pop a attore da Mostra del Cinema. Senza mai smettere di farci canticchiare sottovoce, quando lo vediamo, La Copa de la Vida.




