Ci sono anniversari che il calendario non riesce a rendere semplicemente ricorrenze. Il 3 settembre, per la famiglia Dalla Chiesa e per l’Italia, continua a essere una ferita aperta. Quarantquattro anni dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso a Palermo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo, il ricordo non appartiene soltanto alla storia: continua a interrogare il presente.
A Milano, città che ieri ha voluto rendere omaggio al generale nel giorno dell’anniversario della strage, le parole di Rita Dalla Chiesa hanno dato alla commemorazione un significato particolarmente umano. «Ci sono delle cose che non finiscono mai di fare male», ha detto. Una frase semplice, ma impossibile da ignorare. Perché dietro le celebrazioni ufficiali, le corone deposte e i nomi pronunciati nelle cerimonie rimane il dolore di una famiglia che, dopo 44 anni, non può considerare quella perdita un capitolo chiuso.
Eppure, proprio da quel dolore Rita Dalla Chiesa individua una ragione per continuare. La speranza, ha spiegato, sono i bambini e i giovani: coloro che ancora credono nelle battaglie iniziate nel 1982 e possono trasformare la memoria in qualcosa di vivo.
È forse questo il significato più autentico del ricordare. Non limitarsi a guardare indietro, ma chiedersi che cosa di quelle vite, di quelle scelte e di quei sacrifici sia rimasto nella società di oggi.
Carlo Alberto Dalla Chiesa non è stato soltanto un generale dei carabinieri assassinato dalla mafia. È stato un uomo delle istituzioni che ha cercato di innovare profondamente il modo di combattere le minacce che mettevano in pericolo lo Stato. Prima il terrorismo, poi la criminalità organizzata. Il generale Riccardo Galletta, durante la commemorazione milanese, ha ricordato proprio la portata innovativa del suo metodo investigativo.
Ma forse l’eredità più importante non è soltanto quella professionale. È quella civile.
Nando e Rita Dalla Chiesa hanno ricordato come il padre avesse insegnato loro la libertà delle proprie idee e il rispetto per le istituzioni. Sono principi che possono apparire scontati, ma che proprio per questo rischiano di essere dimenticati. La libertà, infatti, non consiste soltanto nel poter esprimere le proprie opinioni: significa anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte. E il rispetto delle istituzioni non equivale a un’obbedienza cieca, ma alla consapevolezza che uno Stato democratico vive anche attraverso la fiducia dei cittadini.
Milano, in questo senso, conserva una parte importante della memoria di Dalla Chiesa. Una memoria che non è soltanto celebrativa, ma che passa anche attraverso l’università, lo studio e la formazione delle nuove generazioni. La cattedra intitolata a Carlo Alberto Dalla Chiesa e Giovanni Falcone rappresenta simbolicamente proprio questo passaggio: dalla memoria alla conoscenza, dalla conoscenza alla responsabilità.
Ed è qui che le parole di Rita assumono un peso ancora maggiore. Dire che «ci sono cose che non finiscono mai di fare male» significa riconoscere che la memoria non cancella il dolore. Ma dire che la speranza sono i giovani significa anche rifiutare che quel dolore diventi soltanto nostalgia.
A 44 anni dalla strage di Palermo, ricordare Dalla Chiesa significa allora chiedersi non soltanto quanto abbiamo imparato da quella tragedia, ma quanto siamo disposti a trasmettere ciò che lui rappresentava a chi viene dopo di noi.
Perché la memoria, da sola, non basta. Deve diventare educazione, cultura della legalità, rispetto delle regole e delle istituzioni. Deve entrare nelle scuole, nelle università, nelle coscienze. E soprattutto deve trovare nelle nuove generazioni la forza di rinnovarsi.
È questa, forse, la sfida più grande lasciata dal generale alla sua famiglia e al Paese: fare in modo che il suo sacrificio non rimanga soltanto una pagina dolorosa della nostra storia.
Il dolore può non passare mai. Ma può diventare responsabilità. Ed è proprio nella capacità di trasformare una ferita in un impegno che la memoria di Carlo Alberto Dalla Chiesa continua, ancora oggi, a vivere.




