Venticinque anni dopo il cult di Richard Kelly, la storia continua nel modo più imprevedibile possibile: attraverso un gigantesco romanzo epistolare sui viaggi nel tempo. E potrebbe essere soltanto l’inizio.
Ci sono film che finiscono con i titoli di coda e altri che continuano a vivere nella testa di chi li ha guardati. Donnie Darko appartiene decisamente alla seconda categoria. A venticinque anni dalla sua uscita, Richard Kelly ha deciso di tornare nel suo universo narrativo. Ma non lo fa come ci si aspetterebbe.
Niente cinecomic, niente reboot, niente nostalgica reunion del cast. Il sequel arriva prima di tutto in libreria, sotto forma di un romanzo di oltre 800 pagine intitolato The Philosophy of Time Travel. Un titolo che i fan riconosceranno immediatamente: è lo stesso del misterioso libro di Roberta Sparrow che, nel film, contiene le regole dell’Universo Tangente e offre a Donnie una possibile chiave per capire ciò che gli sta accadendo.
La scelta del formato è quasi perfettamente coerente con la natura di Donnie Darko. Perché se il film del 2001 era un enigma costruito attraverso immagini, simboli, sogni e buchi temporali, il nuovo capitolo sembra voler trasformare quell’enigma in un archivio.
Il romanzo è ambientato nel 1988, subito dopo gli eventi del film, e racconta le conseguenze della morte di Donnie attraverso lettere, diari, trascrizioni, documenti e altri materiali recuperati. Al centro ci sono soprattutto i genitori, Rose ed Eddie Darko, impegnati in due indagini parallele per capire cosa sia realmente successo al figlio.
È una prospettiva interessante perché sposta il punto di vista.
Nel film, tutto era filtrato dalla percezione di Donnie: il coniglio Frank, gli incubi, Gretchen, la fine del mondo, il misterioso universo tangente. Qui, invece, Kelly sembra voler allargare la macchina narrativa e osservare ciò che rimane quando il protagonista non c’è più.
La morte di Donnie, insomma, non è più soltanto la conclusione della storia. Diventa il suo punto di partenza.
E il concetto è particolarmente adatto a un romanzo costruito come una raccolta di documenti: non bisogna necessariamente sapere cosa sia vero. Bisogna mettere insieme gli indizi.
La gestazione del progetto è quasi altrettanto singolare della storia che racconta.
Richard Kelly, dopo Donnie Darko, ha realizzato Southland Tales e The Box, ma non dirige un lungometraggio dal 2009. Nel frattempo, però, non ha smesso di scrivere. Il nuovo sequel nasce da un progetto coltivato per anni e sviluppato in forma narrativa per circa un decennio.
Ed è forse questo il dettaglio più interessante.
Per un regista diventato celebre grazie a un film di culto, il modo più naturale di tornare al proprio universo sarebbe stato fare un altro film. Kelly ha invece scelto di scrivere centinaia di pagine.
Come se, per raccontare davvero ciò che è successo dopo Donnie Darko, due ore di cinema non fossero più sufficienti.
Il risultato è un oggetto narrativo enorme, quasi sproporzionato rispetto alla durata del film originale. Un romanzo che, secondo le anticipazioni, non vuole semplicemente ripetere la formula del primo capitolo, ma espandere la mitologia introducendo nuove indagini, documenti governativi, teorie sul tempo e gli elementi più misteriosi dell’universo creato da Kelly.
Se pensavate che la timeline di Donnie Darko fosse già abbastanza difficile da seguire, le cose stanno per diventare decisamente più complicate.
Kelly ha raccontato che il materiale sviluppato per il sequel va molto oltre gli eventi immediatamente successivi alla morte di Donnie. Il progetto prevede anche un salto temporale di 28 anni, con una parte della storia ambientata intorno al 2015-2016.
L’idea è ambiziosa: il romanzo dovrebbe essere il primo tassello di un progetto più ampio che potrebbe comprendere un adattamento animato o in motion capture e, successivamente, un film live action ambientato decenni dopo.
Kelly ha anche espresso il desiderio di riportare insieme il cast originale.
Per ora, però, è importante distinguere il desiderio dal progetto concreto. Il romanzo è reale e in uscita entro la fine del 2026; i nuovi film appartengono invece ancora al futuro possibile dell’universo di Donnie Darko.
Un sequel di Donnie Darko è sempre sembrato una pessima idea.
Non perché il film non abbia una mitologia abbastanza ricca da permetterlo, ma per il motivo opposto: il suo fascino nasce proprio dal fatto che non spiega tutto. Il significato di Frank, dell’universo tangente, del viaggio nel tempo e del destino di Donnie è rimasto per anni sospeso tra interpretazioni, teorie e discussioni.
Provare a chiudere tutte quelle porte avrebbe potuto distruggere il mistero.
Un romanzo epistolare, invece, può fare qualcosa di diverso. Può accumulare versioni dei fatti senza necessariamente stabilire quale sia quella corretta. Può presentare una trascrizione, poi una lettera che la contraddice, poi un documento governativo che rende tutto ancora più assurdo.
In altre parole, può trasformare il mistero in una forma narrativa.
E questo potrebbe essere il modo più intelligente per tornare a Donnie Darko senza limitarsi a copiarlo.
Nel frattempo esiste un piccolo paradosso.
Il pubblico ha aspettato per un quarto di secolo un seguito di Donnie Darko, ma quando finalmente Richard Kelly lo realizza, sceglie il mezzo che meno ci si aspetterebbe da lui.
Non un film.
Un libro.
E non un libro breve, agile, facilmente adattabile: un tomo di centinaia di pagine costruito come una sorta di archivio narrativo alternativo.
È quasi come se Kelly avesse deciso che, prima di tornare sul grande schermo, fosse necessario fare una cosa che Hollywood gli ha concesso raramente negli ultimi anni: prendersi tutto il tempo possibile.
Forse è proprio questo il senso più curioso di The Philosophy of Time Travel. Non è soltanto il sequel di Donnie Darko. È il tentativo di Richard Kelly di dimostrare che quell’universo non è mai stato davvero concluso.
Donnie è morto nel 2001.
La storia, evidentemente, no.
E se Kelly riuscirà a portare sullo schermo tutto quello che ha accumulato in questi anni, il prossimo viaggio nel tempo potrebbe essere ancora più folle del primo.




